Sabato 31 ottobre, la suggestiva cornice di Villa Borromeo a Pesaro ha ospitato il profondo incontro intitolato “Genitorialità e dono: binomio vincente”, dedicato al tema cruciale dell’affido genitoriale. L’evento, inserito nell’ambizioso progetto “Casa – Comunità, Alleanze e Solidarietà per l’Accoglienza”, ha unito efficacemente l’impegno sociale e l’analisi psicologica e spirituale, tracciando nuove prospettive comunitarie. Promossa dal Forum delle Associazioni Familiari delle Marche è stato appoggiato e condiviso con altre realtà del terzo settore, tra cui Azione per Famiglie Nuove, l’Associazione comunità Papa Giovanni XXIII il Centro di Aiuto alla Vita e l’ufficio di pastorale familiare della Arcidiocesi di Pesaro, la giornata ha alternato importanti figure religiose e istituzionali, segno di grande collaborazione e di unità di intenti. Paolo Perticaroli ha aperto i lavori esortando ad “aprire le famiglie al mondo”, superando così le infinite attese del percorso adottivo per abbracciare l’affido, un cammino “più semplice ma ugualmente impegnativo”. A seguire, Sua Eccellenza Monsignor Sandro Salvucci ha offerto una visione profetica: bisogna smettere di abitare “appartamenti” chiusi per vivere in “case” aperte. Il Vescovo ha chiarito che l’affido è una sfida maggiore dell’adozione, poiché richiede la straordinaria capacità di fare spazio e, successivamente, di saper lasciar andare con immenso amore e totale gratuità. L’Assessore Luca Pandolfi ha ribadito quanto sia vitale un forte patto tra istituzioni e nuclei familiari per sostenere questi percorsi fondamentali e complessi, a beneficio dell’intera collettività.
Il momento centrale è stato l’illuminante intervento dello psicologo Dottor Ezio Aceti. L’esperto ha analizzato criticamente il “tempo cattivo” odierno, caratterizzato dalla profonda crisi dei legami educativi e dal primato dell’emozione passeggera sulla norma, in un contesto saturo di lamentele. Richiamando Maria Montessori, lo specialista ha invocato l’uso costante di una “comunicazione empatica”. Ha quindi descritto dettagliatamente i tre bisogni primari umani: appartenenza, stima di sé e identificazione. L’accoglienza familiare offre la massima risposta a tali istanze, donando al bambino in affido quel prezioso modello relazionale positivo e rassicurante che spesso gli è tragicamente mancato.
Avviandosi verso la conclusione, Aceti ha demolito con fervore innumerevoli cliché. Ha riabilitato la timidezza definendola un’autentica risorsa, e ha respinto con forza la credenza secondo cui l’amore sia puramente innato. “L’amore si educa, si impara; noi siamo creati per l’amare”, ha affermato. Ha poi stilato la sua pratica “Magna Carta dell’educazione”, esortando a rispettare profondamente le idee altrui, a progettare mirate situazioni di successo per i giovani, a salutare sempre i figli prima del riposo notturno e a non lesinare mai i sorrisi. Rivolgendosi alle famiglie, ha invitato a sfidare concretamente il rischio e l’inevitabile senso di inadeguatezza: la perfezione non esiste, ma è proprio in quella vulnerabile incertezza che risiede il dono più luminoso di sé. Il suo messaggio finale, un potente inno all’ottimismo (“siamo programmati per farcela e per l’amore”), ha lasciato un’impronta indelebile a Villa Borromeo, spingendo l’intera platea a spiegare le ali dell’accoglienza.


