Venerdì 20 novembre alle ore 18.30 presso Palazzo Lazzarini in via Rossini 53 interverrà Luigi Alici, già Presidente Nazionale dell’AC e professore emerito di Filosofia Morale all’Università di Macerata per la presentazione del suo libro “L’infinito nel quotidiano – Sentieri di trascendenza”. L’appuntamento è organizzato dalla Comunità Bet’el in collaborazione con l’Arcidiocesi di Pesaro, la libreria Buona Stampa e Studium Edizioni. A moderare l’incontro sarà don Mario Florio. Abbiamo intervistato il professore per offrire una panoramica della sua pubblicazione ai nostri lettori.
A cura di Paola Campanini
- Professore, il suo ultimo libro “L’infinito nel quotidiano” affronta un tema di grande interesse filosofico ed esistenziale. da dove è nata l’esigenza di scrivere questo libro?
Il libro è il punto di arrivo di un doppio percorso: sul piano filosofico s’inserisce in una ricerca che negli ultimi anni si è misurata con le due grandi questioni della libertà (Liberi tutti, 2022) e della sfida ecologica (Natura e persona nella crisi planetaria, 2023); sul piano esistenziale e spirituale, dopo il confronto con la sfida delle idolatrie (Cielo di plastica, 2009), ho avvertito l’esigenza di una sintesi, che mi ha portato a cercare la radice di tutte le domande di cui l’essere umano è capace: il tema della trascendenza e dell’infinito.
- L’uomo contemporaneo ha imparato a vivere connesso con il mondo intero, ma sembra che non abbia più interesse per l’infinito. È questa una delle sue grandi povertà?
Paradossalmente, nell’epoca in cui le frontiere della tecnoscienza si sono dilatate sempre più verso l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, stiamo smarrendo il senso stesso della dignità personale. Anche sul piano economico e politico accade qualcosa di simile: nell’epoca della globalizzazione esplodono violenze e conflitti, nel micro e nel macro, innescati dal peggiore tribalismo. Il problema è che non si deve confondere il finito con l’indefinito, che è una forma di “cattivo infinito”. L’infinito non si raggiunge per via quantitativa: come nella tossicodipendenza, aumentare le “dosi” del finito porta verso l’autodistruzione. Solo la trascendenza può “fare la differenza” tra finito e infinito, una differenza che ci precede e ci costituisce. Vera povertà è rinunciare alla trascendenza, illudendoci di sostituirla con effimeri surrogati idolatrici.
- Se l’infinito è già presente nel quotidiano, come possiamo imparare a riconoscerlo? Quale sguardo recuperare per non lasciarci sfuggire ciò che davvero conta nella vita?
Certamente non ci aiuta uno sguardo schiavo di un narcisismo avido e immaturo. Dobbiamo prendere le distanze da una visione dell’uomo autocentrata, che adora solo il proprio ego, ponendolo su un piedistallo rispetto a un mondo di cose e persone, da possedere solo per saziare le proprie voglie. L’essere umano non è il figlio unico di se stesso, che può tutt’al più porsi anche qualche domanda religiosa, riducendola a un innocuo gadget dell’anima. L’apertura sull’infinito è parte essenziale della nostra identità. La persona umana è l’unico essere in cui finito e infinito si toccano.
- Nel suo percorso intellettuale il dialogo con sant’Agostino ha avuto un ruolo fondamentale. Quanto è presente la lezione agostiniana in questo nuovo libro?
Agostino insegna che il cammino della trascendenza è un lungo viaggio pieno di sorprese, che non si compie solcando gli oceani o scalando montagne; mari e monti sono dentro di noi, solo attraverso uno scavo interiore possiamo arrivare a contemplare le stelle. Per non fermarci a metà strada, però, dobbiamo oltrepassare le regioni più superficiali dell’io, fatte di pulsioni egocentriche e viziate, per arrivare a scoprire Dio come colui che è “più interiore a me stesso”. L’incontro con l’io e l’incontro con Dio sono il frutto di un’unica ricerca, grazie alla quale il quotidiano “s’illumina d’immenso”.
- Quale rapporto esiste tra la ricerca filosofica della verità e l’esperienza religiosa della trascendenza? Sono due percorsi distinti o possono incontrarsi?
La via della ragione e la via della fede sono distinte ma non separate. Se la ragione a un certo punto deve fermarsi, la fede continua a spingere il credente sulla via della ricerca. Come ci ha insegnato Agostino, c’è anche una “conversione dell’intelligenza” che deve sostenere e stabilizzare la conversione del cuore. La risposta cristiana precede le nostre domande, le suscita, aprendole a una Parola che salva, alla quale possiamo “dare del tu”. Nello stesso tempo, la ragione deve motivare la ricerca d’infinito e riconoscere dove può arrivare. Non può darci il paradiso, ma può dirci se ne abbiamo bisogno e dove non dobbiamo cercarlo.
- Dopo una vita dedicata alla filosofia e alla ricerca, quali domande continuano a inquietarla e ad accompagnarla?
Almeno due. Anzitutto, l’abisso del male che ci dà la misura della nostra fragilità. Il male che patiamo, a volte senza alcuna colpa; che riempie i reparti di oncologia pediatrica e avvelena di solitudine i reparti di tante case di riposo. L’innocenza ferita, che riduce intere popolazioni a semplici pedine di un calcolo – sempre sbagliato – di distruzione e di guerra. Ma c’è anche il male di cui siamo attori consapevoli e qualche volta persino sadicamente soddisfatti. Un orrendo buco nero, verso il quale sprofondiamo, un gradino dopo l’altro, trasformando le preferenze in dipendenze. A questo collegherei la desertificazione della speranza, che a volte investe anche le nostre comunità e che cerchiamo invano di esorcizzare con una overdose di ritualismi esteriori e di rigidità spirituali, finendo per risultare sempre meno “interessanti” per chi ci passa accanto. Il deficit di speranza congela ogni spinta attiva verso “cieli nuovi e nuova terra”, riducendo il paradiso al nome di resort a 5 stelle. Davvero poco per la nostra sete di infinito.
- Qual è il messaggio più importante che vorrebbe rimanesse nel lettore – anche nel lettore più giovane – dopo aver terminato la lettura di questo libro?
La luce è originaria, mentre le tenebre sono il tentativo diabolico di nasconderla. La luce è senso, parola, amore, felicità. Il male è una gigantesca nuvola di fumo, che non ha nulla da dire alla nostra vita: mentre ti promette quello che vuoi, ti ruba quello che sei. E se a un adulto resta il compito di adoperarsi con ogni mezzo per lasciare un mondo più “pulito”, in senso ecologico, economico, sociale e spirituale, tocca forse ai più giovani portare nella vita di tutti quella radicalità fatta di dedizione disinteressata e di intransigenza profetica, che abbiamo sepolto sotto un mare di niente. A tutti, infine, vorrei che restasse il desiderio di guardare lontano, di imparare a riconoscere un “profumo di trascendenza” nella poesia delle piccole cose, che non è un’evasione o una fuga dalla storia. Abbiamo tutti bisogno di tenere insieme la nostalgia dei grandi orizzonti e il coraggio dei piccoli passi.


