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      Home » Un gigante della fede
      Pesaro

      Un gigante della fede

      DON VINCENZO CATANIDi DON VINCENZO CATANINessun commento5 minuti di lettura
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      Ottanta anni fa Pesaro si arricchiva di un’esperienza che ha lasciato un segno nella vita della città e di molti ragazzi. Si tratta dell’Opera Padre Damiani, che ormai appartiene a pieno titolo alla storia.

      Ne è passato di tempo da quando un giovane prete pesarese, cappellano militare nello sfascio della seconda grande guerra e nel dolore della triste migrazione dei profughi istriani e dalmati, si è chinato nel nome e per amore di Cristo ad abbracciare e sostenere migliaia di bambini, vittime innocenti di una crudele situazione e li ha avvolti nel calore di una famiglia. Dalla insicurezza e disagio dei campi di raccolta alla serenità di un collegio. Cinquanta anni fa questo era un vero miracolo, anche se oggi alcuni fanno fatica a capirlo, non riuscendo a spogliarsi delle categorie mentali della odierna mutata situazione sociale ed economica.

      Ai bambini profughi dell’Istria e di Trieste si sono poi aggiunti migliaia di bambini e ragazzi prove­nienti dall’intera Italia: erano quasi tutti segnati da ferite sociali e familiari e venivano a bussare ad una porta che si è sempre aperta. C’era ad accoglierli il volto robusto e marcato di don Pietro Damiani, che per tutti diventava da quel momento “il Padre”. Il volto poteva apparire a prima vista arcigno, ma gli occhi erano profondi e carichi di dolcezza, specchio di un animo di fanciullo, di un uomo innamorato, di un vero idealista. Le braccia non erano abbastanza lunghe e le mani abbastanza grandi per abbracciare ed accarezzare tutti.

      Io ero uno di questi bambini. Nell’ottobre 1954, a causa della mia precaria situazione familiare, entrai a far parte della grande famiglia dell’Opera. Non avevo ancora 11 anni e provenivo da un piccolo paese della provincia di Ascoli Piceno. Giorno dopo giorno sono cresciuto, insieme ad una marea di altri ragazzi, tra la scuola interna, l’enorme refettorio, i dormitori, la cappella, il grande cortile, le passeggiate lungo viale Trieste e i giochi al porto… E ogni giorno c’era quel prete che ti stava sempre vicino, dalla mattina alla sera, una figura forte, una testimonianza viva di un impegno radicale e senza riserve, con quel suo carisma così unico e irrepetibile, con quella donazione di anima e corpo, con quella sua generosità senza incertezze. Se sono prete lo devo a lui.

      Mi sono sempre chiesto che cosa muovesse don Pietro a buttarsi in un’avventura che ha il sapore dell’incredibile e quale forza interiore ha motivato i suoi atti e lo ha fatto passare indenne in mezzo a problemi a non finire, a incomprensioni di ogni tipo, a solitudine e ingratitudine.

      Senza giri di parole e con quella conoscenza che come “figlio amato e carissimo” credo di aver avuto del suo animo, posso dire che don Pietro possedeva un enorme spessore di fede, la virtù fondamentale del cristiano. Si trattava non di una fede astratta e cerebrale, ma di una fede fatta di fiducia sicura in Dio come fonte di vita amorosa e come stimolo di operatività quotidiana. E allora si capisce la centralità di quel motto che ha voluto mettere sul frontone del Collegio e che si trova nell’intestazione delle sue lettere: “In fide victoria”, una frase che potrebbe essere parafrasata con: solo nella mia fiducia in Dio trovo il mio punto di riferimento, la mia forza, la mia sicurezza, la mia provvidenza, il mio totale abbandono.

      A questo punto vorrei far parlare proprio don Pietro, prendendo dalle sue 150 lettere (che ho sempre custodito come un tesoro) alcune sue affermazioni in proposito.

      “Le difficoltà sono moltissime e debbo lottare ogni giorno. Il Signore prova la nostra Fede ed io non vorrei mai venir meno (9 febbraio 1966).

      “Il Signore ci mette alla prova. Ma quando noi abbiamo fatto la nostra parte, basta (S. Pietro 1975).

      “Io posso fare poco, ma farò bene e con Fede quel poco che mi sarà consentito di fare (Pa­squa 1978).

      “Penso sempre al passato, ai miei ragazzi, alle gioie ed ai dolori, a ciò che è fuggito ma che ha lasciato i segni, perché è il Signore che ha compiuto il miracolo. Io sono stato solo un povero strumento nelle sue mani (Pasqua 1985).

      “Nella mia solitudine trovo conforto nella preghiera e davanti al Tabernacolo. Io ti penso molto e domando al Signore che tu abbia sempre tanta Fede per la tua missione. Voglio che tu sia un prete convinto e non factotum senza anima (13 novembre 1986).  “I miei progetti vanno alla deriva e mi sembra di navigare nel buio. Non credere però che la mia Fede sia più debole, che anzi mi affido a Dio con molta umiltà (16 gennaio 1987). “Ho fatto quello che il Signore mi ha ispirato di fare. Il Signore ha fatto la parte migliore. Non è mancata anche la parte umana con i suoi limiti e difetti, ma penso di aver fatto il possibile con coraggio e Fede” (25 ottobre 1995). Avete notato come la parola fede don Pietro la scrive sempre in maiuscolo? Qualcuno potrebbe parlare di un errore o di un vezzo letterario. Si tratta invece di un fondamento interiore che sa di roccia salda e di convinzione profonda. Don Pietro era «un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia» (Matteo 7, 24-25).

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