Domenica 5 luglio, la “Fonte dei Poeti” di Sant’Angelo in Lizzola ha ospitato “Naturalmente, Leopardi”, un evento che ha saputo trasformare un luogo carico di storia in un palcoscenico di riflessione profonda. La serata, che ha visto la partecipazione di Marco Ferri e Carlo Cerrano e l’accompagnamento musicale all’arpa di Monica Micheli, è stata dominata dall’intensa selezione drammaturgica e lettura di Lucia Ferrati e Luigi Sica. Il cuore pulsante dell’incontro è emerso attraverso le parole di Lucia Ferrati, che ha offerto una chiave di lettura inedita e vitale del pensiero leopardiano, ribaltando molti dei pregiudizi che ancora oggi accompagnano la figura del poeta.
Il legame tra il poeta e il luogo non è casuale. “Il luogo ho avuto la fortuna di conoscerlo diversi anni fa perché ho avuto l’onore di celebrare i coniugi Perticari che vivevano qua vicino”, spiega la Ferrati, ricordando come Leopardi frequentasse la vicina villa. Tuttavia, l’obiettivo dell’iniziativa è stato ben più ambizioso: “Il perché naturalmente Leopardi? Perché c’è una visione di Leopardi forse che va un po’ riscattata. Spesso viene presentato come lo sfortunato, l’uomo caratterizzato dal pessimismo cosmico. Poi i ragazzi, quando lo leggono, ne subiscono il fascino e capiscono l’eterna gioia di vivere perché invece Leopardi ha un amore grandissimo per la vita, molto sacro, anche se lui si dichiarava ateo”.
L’intervista scava nel profondo del rapporto tra uomo e natura, un tema che oggi appare drammaticamente attuale: “C’è quella frase importantissima in cui Leopardi dice che l’uomo non deve usare la ragione per incendiare la natura, ma per illuminarla. Spesso la mente dell’uomo, che pretende di conoscere sempre tutto, perde quella meraviglia nei confronti della natura, quella capacità che ha, un albero meraviglioso, di incantarci”.
Lucia Ferrati non esita a tracciare un parallelismo con le sfide ecologiche dei nostri tempi: “Sarebbero andati d’accordissimo con Papa Francesco”, in riferimento all’Enciclica Laudato si’. “È la casa, la nostra casa, di cui quell’uomo che sa di non sapere, come Leopardi, riconosce di essere uno degli abitanti. Bisogna avere cura del creato, perché è la casa di tutti e non può stare bene solo l’uomo”. Una critica che investe anche il ruolo della tecnica moderna: “Penso alla tecnica che invade tutto oggi, con la pretesa di conoscere fino in fondo le cose. Forse le domina, ma non le conosce, perché per conoscere bisogna anche essere innocenti”.
Il rapporto con l’ambiente è, secondo la curatrice, anche uno specchio dell’anima: “La natura è anche il nostro metro di misura. Se noi amiamo la natura, la natura ci ama spontaneamente, e quindi è un modo anche per essere amati, per non sentirsi mai soli”. Ed è proprio sul concetto di solitudine che la Ferrati si sofferma con vigore: “In questo mondo dove l’alienazione da smartphone continua a ribadire l’isolamento dell’uomo (che comunica tanto ma è sempre più solo), in mezzo alla natura l’uomo non si sente mai in realtà solo, perché la natura dialoga con te. Sempre, continuamente. Noi dobbiamo reimparare a non perdere l’abitudine di ascoltarla, di vederla, di sentirla interiormente”.
A conclusione dell’evento, la curatrice ha rivolto un consiglio alle nuove generazioni: “Ai ragazzi immersi nei social direi di alzare gli occhi da lì, perché stare sui social vuol dire stare ripiegati su sé stessi, con una chiusura verso il mondo. Invece la propria salvezza è sempre nell’altro, è sempre fuori di noi. Leopardi, nonostante i mali che lo affliggevano, ha sempre voluto uscire, scoprire, incontrare l’altro. Perché l’altro per Leopardi era la sua salvezza. E così è stato per quel poco purtroppo che ha vissuto, ma nel quale ha prodotto talmente tanto che ancora ci salva, ancora ci nutre”.
“Naturalmente, Leopardi” si è così confermato non come un semplice spettacolo, ma come un esercizio di lucidità. A due secoli di distanza, la voce del poeta continua a interrogarci. Non siamo noi a leggere Leopardi, è Leopardi che, con la sua insopprimibile sete di infinito, legge le nostre miserie e le nostre speranze. Forse, il problema non è la natura che ci circonda, ma la nostra smemoratezza. Dobbiamo tornare a guardare il mondo non come un oggetto da consumare, ma come un compagno di viaggio, consapevole che, proprio come ci ha insegnato l’autore di queste pagine immortali, la salvezza risiede nella capacità, fragile e potentissima, di continuare a meravigliarsi.


