15 marzo 2026 – Oasi di San Giuseppe, Ginestreto.
Innanzitutto vi saluto, sono molto contento di essere qui. Ho accolto l’invito di Leonardo (Responsabile RnS Pesaro) e vostro a condividere questo momento di incontro, di preghiera e di ritiro. Avete la stima della Chiesa e anche la mia personale, perché siete una parte viva della Chiesa di Dio che vive a Pesaro e nel nostro territorio.
Il vostro carisma è un dono prezioso. La vostra è una preghiera di lode e di intercessione che esprime la gioia della fede e la gioia di essere figli di Dio uniti a Gesù Cristo, animati dal suo Spirito; quindi, grazie davvero.
Confidando nel fatto che lo Spirito vi aiuterà a penetrare ciò che condividerò, cercherò, in particolare, di fare eco alla parola del Vangelo. Sono certo che lo Spirito vi guiderà a una comprensione più profonda. La mia fiducia è che possiate trarre frutto da questo momento.
Il Vangelo della Provvidenza
La pagina di Vangelo su cui mi è stato chiesto di offrire una catechesi — o meglio, un “risuonare” alla Parola — è il celebre brano dell’insegnamento di Gesù sull’abbandonarsi alla Provvidenza: “Non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete” (Mt 6, 25-34).
Il Contesto
Siamo nel contesto del “Discorso della Montagna”. Il capitolo 6 si apre con l’insegnamento sull’elemosina fatta in segreto, sulla preghiera (il Padre Nostro) e sul digiuno. È il brano che ascoltiamo all’inizio della Quaresima, il Mercoledì delle Ceneri.
Poco prima di questo brano, Gesù dice: “Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano. Accumulate invece tesori in cielo… perché dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”. Ci sono poi due versetti sulla luce: “La lampada del corpo è l’occhio. Se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso”. E infine il versetto 24: “Nessuno può servire due padroni… Non potete servire Dio e la ricchezza”. Una volta si diceva “la mammona”, un termine forse più incisivo perché richiama qualcosa a cui affidi totalmente la tua vita.
Invochiamo lo Spirito perché questa Parola ci aiuti a penetrare il senso delle Scritture e faccia ardere il nostro cuore.
“Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita… La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono… eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? […] Osservate come crescono i gigli del campo… eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. […] Cercate, invece, anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia. E tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani… a ciascun giorno basta la sua pena.”
Cercare il Regno di Dio
La chiave di questo insegnamento è in quel: “Cercate anzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia”. Ma cos’è il Regno di Dio?
- Riconoscersi Figli: È la consapevolezza di avere un Padre che ama i suoi figli. “Tu sei prezioso ai miei occhi” (Is 43);
- Vivere da Fratelli: Se siamo consapevoli di essere figli, allora riconosciamo nell’altro un fratello o una sorella. Il Regno di Dio è essere figli di un Padre e vivere da fratelli.
Cercare il Regno non riguarda solo lo spazio della preghiera o il tempo davanti al Santissimo. L’esperienza della preghiera serve ad aprirci gli occhi per cercare il Regno mentre siamo in ufficio, al lavoro, con i nipoti, con i figli, o mentre affrontiamo problemi relazionali con il vicino o con i colleghi.
La Radice dell’Accumulo: L’Affanno
Perché Gesù condanna l’accumulo dei beni? Perché accumulare significa sacrificare la vita agli oggetti e privare gli altri dei beni necessari. La funzione dei beni non è l’accumulo, ma il ringraziamento a Dio e il servizio agli altri.
La radice profonda dell’accumulo è l’affanno, l’ansia, la paura che qualcosa venga meno. Come esseri umani abbiamo paura di morire e pensiamo di garantirci la vita accumulando sicurezze. L’affanno è forse la “malattia del secolo”. Oggi c’è un grande consumo di ansiolitici e sedativi, oppure usiamo il lavoro e l’attività come una droga per coprire l’ansia.
Noi occidentali generalmente non abbiamo il problema di “cosa” mangiare, ma siamo comunque in affanno. L’affanno si replica all’infinito: ci manca sempre qualcosa.
Il Lavoro come Eucaristia
Il brano ci dice che la vita non è garantita dalle nostre preoccupazioni. La vita è un dono. E insieme alla vita, Dio ci dona l’intelligenza, la natura e la capacità di lavorare.
Riceviamo il nostro lavoro come un dono e lo trasformiamo in ringraziamento, cioè in Eucaristia. Lo sperimentiamo nella Messa: “Benedetto sei tu… per questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo”. Se il lavoro diventa Eucaristia, non è più affanno. Diventa condivisione e vita fraterna.
Questa Parola non ci toglie la responsabilità di usare bene i nostri doni. La Provvidenza non è passività; essa chiama in causa la nostra libertà e intelligenza. Se ho salute, è per prendermi cura degli altri. E se vivo una limitazione o una malattia, il Signore mi chiede: “In che modo cerchi il Regno di Dio dentro questa storia?”. Il Regno non c’è solo quando gli affari vanno bene o il conto corrente è nutrito.
Programmare con Fiducia
A volte, messi alla prova, dubitiamo di Dio e andiamo in crisi. In quei momenti possiamo solo offrire la nostra “poca fede” e dire: “Signore, aumentala”.
L’invito a non preoccuparsi del domani (v. 34) non è un’espressione ingenua. Nella vita moderna dobbiamo programmare, progettare e investire. Ma possiamo farlo sostenuti dalla fiducia in un Padre che sa già di cosa abbiamo bisogno. Possiamo progettare senza l’affanno che ci divora.
Cercare il Regno di Dio significa, come diceva Sant’Ignazio di Loyola, “cercare e trovare Dio in ogni cosa”.
Una Riflessione sulla Preghiera Autentica
Vorrei concludere con una riflessione che mi sto facendo in questo tempo guardando al mondo e alle guerre. Spesso vediamo leader politici o militari — penso a Putin o a certi dirigenti — partecipare a cerimonie religiose. Mi chiedo cosa chiedano al Signore.
Due giorni fa, l’11 marzo, il segretario della difesa degli Stati Uniti ha concluso un aggiornamento sugli attacchi in Iran citando il Salmo 144: “Benedetto il Signore che addestra le mie mani alla guerra”, concludendo con un “Amen”. O pensiamo alle preghiere di certi pastori evangelici per invocare protezione su Trump nella stanza ovale. Anche le SS avevano scritto sulla fibbia: “Gott ist mit uns”, Dio è con noi.
Tutto questo mi interroga: com’è la mia preghiera? È una relazione autentica o una falsificazione?
Riprendo un editoriale di oggi su Avvenire firmato dalla teologa Pina De Simone. Lei cita Raffaele Pettazzoni e distingue tra due tipi di preghiera:
- Preghiera Relegante: Quella che cerca solo conferma ai propri interessi, che chiude nel proprio io o nella propria comunità e viene usata come contrapposizione o disprezzo dell’altro. Questa preghiera non sale a Dio;
- Preghiera Liberante: Quella che sgorga da un cuore che si mette in ascolto della Parola e abbatte le barriere.
La vera preghiera ci inquieta e ci consola allo stesso tempo, perché ci apre alla relazione con Dio e con gli altri. Come può la preghiera conciliarsi con il concepire l’altro come un nemico da distruggere, quando Gesù ci comanda di amare perfino i nemici?
Cercare il Regno di Dio e la sua giustizia significa alimentare una preghiera che si traduca in relazioni nuove con il mondo e con gli altri, pur nella complessità della storia.
Grazie della vostra attenzione e pazienza. Che il Signore ci tenga una mano sul capo perché possiamo sempre cercare il suo Regno. Amen!
Trascrizione a cura di Stefano Pagnini


