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      Home » Il senso delle parole tra l’arte e la vita
      Pesaro

      Il senso delle parole tra l’arte e la vita

      Milena MilazzoDi Milena MilazzoNessun commento4 minuti di lettura
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      Il ciclo di Conversazioni del Centro Studi Filosofici dell’UNILIT dedicato al tema “Il potere della parola” si è concluso con la Conversazione della Prof.ssa Cecilia Casadei, già docente di Filosofia e Scienze Umane del Liceo Mamiani e Vice-Presidente dell’Accademia Belle Arti di Urbino, Critico Curatore Giornalista d’Arte, Perito Consulente d’Arte del Tribunale di Pesaro. Il titolo della Conversazione “Il senso delle parole tra l’arte e la vita” si richiamava al tema dibattuto nel suo libro “L’Arte I giorni Le parole. Riflessioni al tempo del Covid” pubblicato nella collana Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche, dove affermava che il linguaggio non si limita a descrivere il mondo ma lo interpreta in una direzione di senso per cui costruisce una “mappa” della realtà nella quale viviamo. A sostegno di questa tesi ci sono evidenze scientifiche come quelle legate alla neuroplasticità, la capacità del cervello di rimodellarsi costantemente in risposta a stimoli ed esperienze del mondo esterno che creano nuovi percorsi. Le parole sono dunque in grado di trasformarsi da suoni e simboli astratti in vere e proprie armi che generano azioni. Ne consegue la domanda: come sta la parola oggi? Per rispondere alla quale si rifà al pensiero di Ivano Dionigi, ex-Rettore dell’Università di Bologna, che nel saggio “Parole che allungano la vita” definisce la parola medicina e veleno, che salva e uccide, e prende in esame l’inganno di certi neologismi che definisce “parole mascherate” come economia sommersa invece che lavoro nero o guerra preventiva anziché intervento militare. E occorre anche considerare i contesti in cui le parole vengono utilizzate, secondo il concetto introdotto dal filosofo Ludwig Wittgenstein nel volume postumo “Ricerche Filosofiche” (1953) di “gioco linguistico”, riferito a parole il cui significato cambia a seconda dei contesti specifici, che vanno da un’aula di tribunale a una conversazione tra amici. D’altro lato la lingua che parliamo oggi non è la stessa che troviamo in Dante o Manzoni: la lingua infatti subisce trasformazioni nel corso dei secoli, accompagnando i cambiamenti sociali, politici, economici e tecnologici. Tuttavia il potere delle parole è sempre stato rilevante, ed è la filosofia a ricordarci con Martin Heidegger che il linguaggio è la casa dell’essere, ciò che permette all’essere di manifestarsi. In particolare le parole della poesia sono, afferma la Relatrice, “il binario su cui si innesta il senso profondo delle cose”, e cita Giuseppe Ungaretti che ha fatto dell’uso della parola “scavata nella mia vita come un abisso”, una religione, la via d’accesso all’Assoluto. Era stato William Blake a trovare il senso profondo della parola fratello quando scriveva: “Ho cercato la mia anima e non l’ho trovata. Ho cercato Dio e non l’ho trovato. Ho cercato mio fratello e li ho trovati tutti e tre.”                                                                                                                                 Oggi è ancora Ivano Dionigi che suggerisce il bisogno di parole nuove per nominare un presente imprevisto e alieno, o come afferma Gianfranco Ravasi nella prefazione al suo libro sopra citato, di una “ecologia linguistica” che restituisca alla parola il potere di “illuminare non di nascondere la realtà”. Già Simone Weil nel libro del 1937 “La forza delle parole” individuava la parola come un campo di battaglia morale, e molti anni prima di papa Francesco scriveva che disarmare le parole è necessario per disarmare la mente. E a proposito della parola guerra, una nobile riflessione è quella del premio Nobel Elias Canetti: “Alla guerra si è arrivati per mezzo delle parole. Se fossi davvero uno scrittore dovrei essere capace di impedire la guerra.” Se la comunicazione non è mai neutra e se è vero che la realtà è ciò che raccontiamo, il racconto della guerra dovrebbe essere non un mero catalogo dei morti, ma “una narrazione della vita che resiste”, come ha affermato la giornalista Francesca Mannocchi, che con il suo raccontare la guerra nelle parole dei sopravvissuti entra nelle pieghe dell’umano. La riflessione sulla parola si sposta poi al campo dell’arte, con un excursus ricco di suggestioni per il quale la parola diviene strumento imprescindibile di lettura e, come scrive la Relatrice, “un baluardo contro l’omologazione imperante”, un invito a contemplare, riflettere, ricordare, o anche “uno spazio di ascolto dove possiamo scoprire la bellezza della vita.”

       

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