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      Home » Ma che cosa significa “deserto”?
      Pesaro

      Ma che cosa significa “deserto”?

      REDAZIONE FANODi REDAZIONE FANONessun commento7 minuti di lettura
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      Pubblichiamo la meditazione dell’arcivescovo di Pesaro, Sandro Salvucci, che ha tenuto al ritiro quaresimale della Comunità Pastorale San Francesco d’Assisi (Cappuccini) – San Carlo Borromeo del 22 febbraio 2026.

       

      Buon pomeriggio a tutti. Sono contento di essere qui e di condividere con voi una parte di questo pomeriggio dedicato ad entrare nel tempo favorevole della Quaresima: tempo della conversione, del rinnovamento del cuore e della vita. Iniziamo insieme questo momento di meditazione sulla Parola e di preghiera. Ho pensato a una proposta molto semplice per la lettura, prendendo, come riferimento, il Vangelo di questa prima domenica, il Vangelo delle Tentazioni. All’inizio del brano abbiamo ascoltato: «Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto». Dunque, il tempo della Quaresima è il tempo del deserto.

      Ma che cosa significa “deserto”?
      Per il popolo di Israele il deserto dice tantissimo: è legato ad un’esperienza fondamentale della fede. È il cammino che il popolo, ha compiuto dalla schiavitù al servizio, dalla schiavitù alla libertà. Un passaggio, un’esperienza pasquale. Il deserto è luogo di silenzio, di tentazione e di lotta, ma anche il luogo del fidanzamento e dell’alleanza.

      Questa parola di Matteo mi ha fatto tornare in mente il profeta Osea, che attraverso la sua vita è parabola vivente dell’amore di Dio per Israele. Dio lo chiama a prendere in sposa una prostituta, immagine del popolo infedele. Questa sposa, amata dal profeta, lo tradisce ancora, come Israele tradisce il suo Dio. Eppure Osea non la ripudia, ma le parla al cuore.

      Al capitolo 2, versetto 16, leggiamo:
      «Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore».

      Ecco allora il deserto: non solo lotta e fatica; non solo combattimento spirituale, immagine della vita intera. Il deserto è anche il luogo in cui Dio parla al nostro cuore, dove di nuovo ci manifesta amore, fedeltà e misericordia.

      Voglio richiamare due parole, ispirandomi al messaggio di Papa Leone per la Quaresima e a un articolo che ho letto oggi su Avvenire sul rapporto tra Quaresima e Sant’Agostino. Le due parole sono: ascolto e deserto.

      Il Papa, all’inizio del messaggio per la Quaresima 2026, richiama l’attenzione sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto. L’ascolto è il primo passo della preghiera. A volte diciamo: “Io parlo con Dio, gli dico tante cose”. Bene! Ma prima di tutto ci vuole silenzio, ascolto, ed è molto difficile: è più facile riempire Dio di parole che rimanere davanti a Lui in ascolto. Provateci: dieci minuti per sgombrare la mente e fare silenzio. In quei dieci minuti viene in mente di tutto, e subito si rischia di ricominciare a dire a Dio cosa deve fare.

      Quindi questo è il tempo favorevole per dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto. Nella tradizione giudaica il comandamento più grande è Shema’ Israel, “Ascolta, Israele”. Anche la Regola di San Benedetto inizia con: “Ascolta, figlio”.

      Perché ci sia ascolto, serve il deserto: serve il silenzio.
      L’articolo di Paula Muller su Avvenire («Rientra in te stesso». Il tempo della Quaresima con Agostino) parla del deserto quaresimale come di una pedagogia del “silenzio abitato”: non un vuoto fine a sé stesso, ma uno spazio in cui ritrovare la verità. Nel deserto scopriamo non solo ciò che ci manca, ma ciò che cerchiamo davvero quando tentiamo di colmare i vuoti.
      Perché abbiamo paura del deserto interiore? Perché è il luogo delle tentazioni. Oggi facciamo fatica a sopportare il silenzio: abbiamo sempre bisogno di un sottofondo, di qualcosa che parla nelle orecchie: televisione accesa, auricolari, musica mentre cuciniamo, camminiamo o corriamo. Perché? Perché il silenzio ci mette davanti a noi stessi.
      Il deserto non crea le tentazioni: le rivela. Ecco perché lo evitiamo. Nel rumore non affrontiamo ciò che portiamo dentro: possiamo fingere che tutto vada bene. Il silenzio, invece, ci toglie i filtri.
      Sant’Agostino descrive bene questo meccanismo: nelle Confessioni racconta come prima della conversione fosse “disperso nelle cose esteriori”, incapace di raccogliersi. Cercava fuori ciò che aveva perduto dentro. Solo quando accetta di fermarsi e fare deserto, sente la voce interiore che lo chiama: « Tu eri dentro di me e io ero fuori».

      Le tentazioni di Gesù nel deserto ce lo mostrano. Trasformare le pietre in pane è la tentazione del bisogno immediato, della sopravvivenza. Quante volte riempiamo il silenzio per non affrontare la nostra fame vera. Gettarsi dal tempio è la tentazione dello spettacolo, del gesto eclatante che evita la fatica quotidiana della fedeltà. È la logica dei social: l’apparire più dell’essere. Infine, Adorare il potere come tentazione del dominio, della soluzione violenta e immediata. È la tentazione di chi non sopporta i tempi lunghi della trasformazione interiore.

      Gesù risponde a tutte e tre non con argomenti filosofici, ma con la Parola.

      Il frutto del deserto è il discernimento: distinguere tra la voce che chiama fuori e la Voce che chiama dentro; tra il desiderio autentico e il suo surrogato; tra ciò che ci costituisce e ciò che ci disperde.

      Agostino dice: «Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova! Tu eri dentro di me e io ero fuori».

      Il deserto è allora entrare nel “segreto della propria stanza”, come dice il Vangelo del Mercoledì delle Ceneri: non la stanza fisica, ma la stanza interiore del cuore.

      Fra poco ci troveremo davanti a Gesù (in adorazione Eucaristica): noi soli davanti a Lui. Questo è il deserto. Silenzio che serve ad ascoltare.

      Poi certamente arriverà la lotta spirituale: la Chiesa ci dà gli strumenti antichi e sempre nuovi.
      La preghiera, che nasce dall’ascolto.
      Il digiuno, come atto di libertà da ciò che ci condiziona, per affermare la superiorità del pane vivo che è Cristo.
      La carità, frutto della preghiera e della libertà interiore.

      Agostino, commentando le tentazioni, afferma:

      Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza; da te la morte, da sé la vita; da te l’umiliazione, da sé la tua gloria. Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l’umiliazione, da sé la tua gloria, dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria. Se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo. Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore. Egli avrebbe potuto tener lontano da sé il diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere, quando sei tentato (dal “Commento sui salmi” di sant’Agostino, vescovo (Salmo 60, 2-3; CCL 39, 766))

      Papa Leone aggiunge che il digiuno deve essere vissuto nella fede e nell’umiltà: non digiuna davvero chi non sa nutrirsi della Parola di Dio.

      In modo molto concreto il Papa invita a una forma di digiuno che impegna tutti: astenersi dalle parole che feriscono.

      Disarmare il linguaggio: rinunciare alle parole taglienti, ai giudizi immediati (“Io dico subito quello che penso!”), al parlare male degli assenti, alle calunnie.

      Imparare a misurare le parole, coltivare la gentilezza: in famiglia, tra amici, sul lavoro, sui social, nella comunità cristiana. Così tante parole di odio lasceranno spazio a parole di speranza e di pace.

      Forse è più facile rinunciare ai dolci o al vino: questo invece è molto più impegnativo. Magari riprendete pure a mangiare il dolce… ma rinunciate alle parole che feriscono!

      Buon cammino quaresimale a tutti. Iniziamolo facendo deserto, perché il Signore possa parlare al nostro cuore.

      Arcivescovo Sandro Salvucci

       

      Trascrizione a cura di Stefano Pagnini

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