“Ecclesia semper reformanda” è il titolo che Samuele Giombi ha dato al suo secondo lavoro storico dedicato, come recita il sotto titolo, a “idee ed esperienze storiche di riforma della chiesa fra medioevo ed età contemporanea” e edito da Marcianum Press. Si tratta infatti del seguito di un primo lavoro fatto dallo stesso una decina di anni fa allora titolato a “Riformare la chiesa – percorsi storici fra medioevo ed età contemporanea”.
Già nella prefazione di Giovanni Vian comprendiamo l’obiettivo di questa ulteriore fatica fatta dall’autore per dimostrare “quanto la storia abbia interpellato e interpelli continuamente la chiesa a ripensare se stessa”. Nella prefazione al precedente volume lo stresso Vian aveva addirittura attribuito al modo di procedere di Papa Francesco, con la sua accentuazione di un cristianesimo come esperienza vissuta più che come elaborazione dottrinale, l’idea che l’approfondimento della dottrina e le sue eventuali modifiche avvenisse come esito dell’incontro della chiesa con la storia più che attraverso speculazioni condotte a tavolino.
Una chiesa quindi in continuo cambiamento di cui Giombi affronta, anche in questo secondo volume, il periodo medievale e moderno aggiungendo, come sua abitudine, ulteriori testi, rispetto al primo volume, tratti da autori dell’epoca da lui introdotti e commentati.
Dando per acquisito il principale punto di svolta risalente al IV secolo, quando Costantino attribuirà al cristianesimo lo status di “religio licita” e successivamente Teodosio quello di “religione unica” dell’Impero, l’autore passerà a prendere in esame le fasi successive della storia della chiesa a partire dal secondo millennio.
Se nel primo millennio, dice infatti l’autore, prevale un’idea di riforma più legata ai singoli individui che alla Chiesa nel suo insieme, sarà solo a partire dal secondo millennio che verrà presa in seria considerazione l’idea di riforme strutturali in genere funzionali al mantenimento di una propria autonomia rispetto alle pretese degli Imperatori di un utilizzo politico della fede cristiana.
La narrazione parte dalla riforma gregoriana dell’XI secolo con cui si affrontano le ingerenze dei poteri laici nella vita della chiesa in ordine alla nomina dei vescovi e del Papa e si arriva fino all’elezione di Papa Francesco e alla sua prospettiva di una chiesa sinodale tesa a superare un certo clericalismo attivando un rapporto reale tra pastori e popolo. Tutto questo ovviamente passando per il Concilio di Trento, per le problematiche legate all’impatto della chiesa con la modernità che la vede schierata sul fronte antimodernista, per il Vaticano II che si apre invece al mondo accogliendo la possibilità che “la religione possa essere cambiata dagli uomini” e non solo che “gli uomini debbano essere cambiati dalla religione”.
Interessante è la parte finale del lavoro dedicata al nuovo modello di ecclesiologia che, auspicato dal Concilio Vaticano II e avviato da Paolo VI col suo modello fondato sulla collegialità episcopale, vedrà in Papa Francesco il protagonista di una idea di chiesa di popolo a cui dedicherà un sinodo specifico che, articolato in due anni di lavoro, produrrà un documento finale “Per una chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione”. L’dea che emerge la prendo dal punto 50 del documento in cui si parla di “una chiesa capace di nutrire le relazioni: con il Signore, tra uomini e donne, nelle famiglie, nelle comunità, tra tutti i cristiani, tra gruppi sociali, tra le religioni, con la creazione”.
Una prospettiva ripresa da Papa Leone che nella sua lettera apostolica In Unitate fidei così si esprime: “Nell’unità della fede, proclamata fin dalle origini della chiesa, i cristiani sono chiamati a camminare concordi, custodendo e trasmettendo con amore e con gioia il dono ricevuto”.


