Durante la sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente, tenutosi a Roma dal 21 al 23 settembre, don Francesco Pierpaoli, parroco di San Paolo Apostolo al Vallato, è stato nominato Assistente ecclesiastico centrale del settore adulti dell’Azione Cattolica Italiana (ACI).
Don Francesco, cosa significa per te “tornare” nell’Azione Cattolica da questa prospettiva nazionale?
Ora sono a Fano e andrò ad abitare, per motivi legati a questo servizio, a Roma. Sono, quindi, ai due poli di quella via che si chiama Flaminia. Penso che questo tornare mi fa dire che è proprio su questa strada che ho vissuto la mia vita. L’Azione Cattolica per me rappresenta l’origine della mia fede in Gesù perché è lì che l’ho conosciuto e ho sperimentato l’importanza delle autentiche relazioni umane. Credo che in questo “tornare” vi siano delle radici che non coincidono con un luogo, ma con un tempo della vita. Il tornare ha a che fare con la casa. L’ACI mi ha aiutato a capire che casa è ovunque ci siano relazioni autentiche, amicizia, fraternità, ascolto. Per dirla con il vangelo: «dove sono due o tre».
Qual è il bagaglio pastorale e umano che porti con te in questa nuova “vigna”?
La Chiesa è un popolo ed è composta da tantissime vocazioni, ricchezze e diversità che vanno accolte sempre e comunque, mai osteggiate o combattute. Porto, quindi, un bagaglio pastorale che si ricollega a quel rapporto, per me molto importante, che deve avere e che ha sempre avuto l’Azione Cattolica ovvero quello tra preti e laici.
Attraverso il ministero che ho ricevuto dalle mani del Vescovo, da assistente sono al servizio del Battesimo di ognuno. Porto, dunque, questo mio bagaglio nella logica della corresponsabilità, dell’accoglienza e delle competenze che non sono assolutamente le mie! Tutto questo non ha a che fare solo con i servizi ecclesiali, ma anche con una Chiesa che è nel mondo, che si confronta con la politica, con la giustizia sociale e con la cura del creato.
La Chiesa italiana sta camminando dentro il processo sinodale. Qual è il contributo specifico che gli adulti di ACI possono offrire per rendere le nostre comunità parrocchiali sempre più aperte?
Occorre attivare, innanzitutto, un dialogo generazionale. Oggi vedo degli adulti rassegnati, sconfortati davanti ai giovani, incapaci di far vedere loro una vita bella, buona, gioiosa che è quella del Vangelo. Occorrono adulti che non abbiano paura di testimoniare e osare il Vangelo e che abbiano il coraggio di lasciarsi interpellare dai segni dei tempi: penso alle tante diversità della nostra Chiesa, alla giustizia, al rapporto con il Creato di cui dobbiamo avere cura, alle fragilità, alla cultura dello scarto. Gli adulti sono “in frontiera” per dialogare con tutti, rendendo i giovani protagonisti. Un’ACI che, come la Chiesa, sull’esempio di Maria, sa stare sotto la croce con speranza e fiducia, fissando lo sguardo sul crocifisso risorto.
Puoi indicare una parola “chiave” o un atteggiamento pastorale su cui puntare per il camminare insieme degli adulti dell’ACI nei prossimi anni?
Più che una parola dirò un concetto: far vedere come la fede rende bella e più umana la vita. Penso che questa umanità sia la vera parola “chiave” dell’atteggiamento con cui muoversi nel mondo, capaci di chinarsi su chi è più fragile nella gioia di poter donare gratuitamente. Una fede che umanizzi la vita e non che dispensa una serie di pratiche religiose. Una fede che umanizzi anche i gesti e le parole della liturgia.
A don Francesco le più vive e partecipi felicitazioni del Vescovo Mons. Andrea Andreozzi e di tutta la Diocesi di Fano Fossombrone Cagli Pergola. Tutta la Chiesa locale accoglie, con grande gioia e gratitudine, questo prestigioso incarico nazionale assicurando a don Francesco il proprio costante sostegno fraterno e l’affidamento nella preghiera per il suo nuovo e prezioso servizio a favore dell’Azione Cattolica e della crescita spirituale del laicato.


