«Ci vuole un villaggio per crescere un bambino», diceva Papa Francesco. Nel caso di Davide Falciasecca, 12 anni di Pesaro, questo villaggio esiste ed è molto più grande di quanto si possa immaginare.
La settimana scorsa Davide ha affrontato la semifinale di “The Voice Kids” su Rai1 con la canzone di Diodato “Fai Rumore”, dopo aver emozionato l’Italia con la sua interpretazione di “Esseri Umani” di Marco Mengoni. Questa storia in realtà non inizia e non finisce su un palco televisivo. Davide è cresciuto dentro la musica prima ancora di studiarla.
Figlio di una madre che è stata capace di creare melodie e scrivere testi poi diventati canzoni, è stato esposto fin da piccolissimo a suoni, ritmi e linguaggi diversi, tra cui la bossanova brasiliana legata alle sue origini materne. Dal padre ha ereditato una collezione di vinili e cd: Queen, Rolling Stones, Frank Sinatra, Ennio Morricone… Il suo primo strumento è stata una piccola pianola. In casa non sono mancati nemmeno la lirica e il teatro. Né le serate al teatro Rossini ad ascoltare i concerti dell’orchestra.
A sei anni arriva il primo percorso strutturato al “Pianeta Musica School” del maestro Davide Di Gregorio, con cui continua ancora oggi lo studio del pianoforte. Nel frattempo, entra in contatto anche con il maestro Marcelo Cesena, pianista brasiliano di fama internazionale. In quarta elementare entra nel coro dei Pueri Cantores della Cappella municipale di Sant’Ubaldo a Pesaro, diretto dal maestro Maurizio Ciaschini. È lì che incontra il canto gregoriano, il repertorio in francese, inglese antico e latino, e soprattutto l’ascolto dell’altro: quella disciplina silenziosa che trasforma la musica in relazione. Il percorso prosegue con l’ingresso alle scuole medie ad indirizzo musicale “Gianfranco Gaudiano”, presieduta dal professor Antonio Tarolla.
Sul palco di “The Voice Kids” con lui c’era Urso, un orso di peluche che lo accompagna da quando aveva diciotto mesi. Non è solo un oggetto del cuore. È stato uno strumento di dialogo, inventato da sua madre per aiutarlo ad attraversare ciò che parole troppo difficili non riuscivano a spiegare: le visite, le attese, gli interventi, la paura. Nato con una malformazione congenita all’intestino, Davide ha infatti affrontato fin dai primi mesi di vita un percorso clinico complesso, fatto di ospedali, circa trenta interventi e terapie. La sua però non è una storia da raccontare con pietismo. Attraverso storie, conversazioni immaginate e un linguaggio capace di stare alla sua altezza, Urso è diventato un ponte emotivo, un modo per trasformare l’ignoto in qualcosa di affrontabile. Per questo Davide lo ha voluto con sé anche sul palco. Perché rappresenta la memoria, il coraggio e l’infanzia custodita.
Il messaggio che Davide porta è semplice e profondo: una condizione clinica non definisce chi siamo. «Ci vuole un villaggio per crescere un bambino», diceva Papa Francesco. Davide questo villaggio lo sperimenta sulla propria pelle. In una dimensione più silenziosa, che non sempre si vede ma sostiene tutto il resto: la fede. Una fede che non elimina la fatica, ma le dà senso; che non promette scorciatoie, ma accompagna il passo.


