Venerdì 8 maggio, nella suggestiva cornice della Chiesa dei Cappuccini di Urbino, si è tenuta la cerimonia di premiazione di Angelo Cimarosti, giornalista, video-reporter e fondatore di Archaeoreporter, con il riconoscimento di “Indagatore del mondo 2026”.
Nella suggestiva cornice della Chiesa dei Cappuccini di Urbino, si è celebrata una serata dedicata alla memoria, alla cultura e alla dignità. La Caritas Diocesana di Urbino-Urbania-Sant’Angelo in Vado ha conferito il premio “Indagatore del Mondo 2026” ad Angelo Cimarosti, giornalista professionista e fondatore di Archaeoreporter. L’incontro, introdotto dalla Caritas e condotto dal giornalista Giovanni Volponi, ha trasformato l’archeologia da disciplina specialistica in un potente strumento di partecipazione sociale e “liberazione” dallo scarto dell’indifferenza. Il premio nasce da una convinzione profonda: la povertà non è solo mancanza di risorse, ma privazione di orizzonti. Come sottolineato nella presentazione, la cultura è il vero motore del riscatto perché restituisce ai fragili la capacità di interpretare il mondo. Angelo Cimarosti incarna questa missione, avendo abbattuto le mura dei cantieri per rendere il passato un patrimonio “popolare”.

Il premiato. Durante l’intervista, Cimarosti ha svelato il cuore del suo lavoro: “Indagare” significa andare a fondo, scoprendo che la globalizzazione è un fenomeno antico, seppur più lento in passato.
L’archeologia è diacronica: lo scavo moderno ci restituisce momenti “cristallizzati” che svelano l’essenza della nostra storia. Paradossalmente, l’idea di Archaeoreporter è nata in volo, su un elicottero in Afghanistan: nel compiere cerchi per evitare attacchi nemici, la visione dall’alto dei monumenti stratificati nei secoli ha rivelato la potenza della traccia umana contro la distruzione bellica.

Una sfida. In Italia, ha ricordato Cimarosti, grandi opere come l’Alta Velocità hanno permesso di “intercettare” oltre 500 siti, tra cui la straordinaria “Pompei protostorica” di Afragola, un villaggio dell’età del bronzo conservato dalle ceneri. Eppure, la comunicazione archeologica è spesso deficitaria. La sfida di Cimarosti è renderla “pop”, divulgando le scoperte in diretta con il taglio rapido della cronaca e del reportage, non del documentario statico. Perché, se non tutto può essere musealizzato, tutto deve essere raccontato. Particolarmente toccante il passaggio sugli “invisibili”: donne, bambini e figure ai margini come i pirati dell’antichità, la cui esistenza emerge dalle deduzioni degli scavi. Così come l’archeologia dei conflitti, che sul Monte Asolone legge i crateri delle bombe come ferite del paesaggio, o l’archeologia industriale e partecipativa, fondamentale per dare memoria ai territori. Ridare dignità ai semplici soldati insepolti della Grande Guerra non è solo studio, è un atto di giustizia. In un’epoca segnata dai conflitti, l’archeologo non distrugge ma decifra, opponendo la sapienza del “toccare le pietre” all’astrazione ideologica delle armi. Premiare Cimarosti significa celebrare una visione dove la curiosità intellettuale diventa scintilla per ricostruire ciò che le bombe vorrebbero cancellare, rendendo i tesori del passato un nutrimento per la speranza di domani.


