“Etica della parola e del discorso: dall’hate speech ai paradossi del politicamente corretto”, è il tema della conferenza tenuta mercoledì 8 aprile presso la Sala del Consiglio Comunale dalla Prof.ssa Paola D’Ignazi, nell’ambito delle Conversazioni organizzate dal Centro Studi Filosofici dell’UNILIT con il patrocinio della Società Filosofica Italiana, centrate quest’anno sul tema del linguaggio. La Relatrice, già docente di Filosofia e Scienze Umane presso il Liceo T. Mamiani e professore a contratto di Filosofia dell’Educazione e Pedagogia Interculturale presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, è autrice di articoli e saggi su tematiche interculturali e curatrice dei volumi collettanei del Centro Studi Filosofici dell’UNILIT pubblicati annualmente a partire dal 2022 per la Casa Editrice “Affinità elettive”. Premesso che il linguaggio, oltre ad essere strumento per la trasmissione di informazioni, è il luogo in cui si sviluppano relazioni sociali e si elaborano norme morali condivise, ne consegue che la parola si definisce non solo come mezzo espressivo, ma anche come uno spazio etico in cui costruire consenso, responsabilità e convivenza democratica. Ciò rende necessario chiarire il significato dei due termini “morale” e “etica”: se il primo riguarda i valori e le regole del comportamento, il secondo comporta una riflessione filosofica; se la morale è più pratica e connessa alla dimensione individuale, l’etica è più teorica ed è connessa ad una dimensione sociale, risponde al dettame universale “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, che è presente in quasi tutte le religioni e culture a partire dalla tradizione giudaico-cristiana. Altra regola è l’imperativo categorico Kantiano “devi perché devi”, che impone azioni basate sul dovere, sulla razionalità, sul rispetto per la dignità umana. Una carrellata dei punti di vista di studiosi del linguaggio, da Hilary Putnam a Emmanuel Lèvinas e Jurgen Habermas, evidenzia come l’uso del linguaggio sia connesso alla relazione, in cui devono prevalere le regole di verità, sincerità e uguaglianza tra gli interlocutori che sono alla base dell’etica della comunicazione e rendono necessaria quella “cura delle parole” di cui parla Gianrico Carofiglio nel suo libro “La nuova manomissione delle parole”. Il linguaggio ha infatti un lato oscuro poiché può diffondere e legittimare pregiudizi, fomentare l’odio e la violenza. Di “cura” delle parole parla anche il giurista Gustavo Zagrebelsky nel sottolineare che un linguaggio povero riduce il pensiero critico. Che il linguaggio può essere sia strumento di democrazia, sia di manipolazione, lo affermano studiosi come John Austin nel suo libro “Come fare cose con le parole”. Con una sapida sosta nella letteratura per l’infanzia, la Relatrice cita il famoso passo di “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll dove Humpty Dumpty discetta con Alice sull’arbitrarietà del linguaggio. Con l’espansione dei social network e delle piattaforme on line il discorso pubblico si è spostato sempre più verso spazi digitali dove si sono diffuse forme di comunicazione aggressiva e discriminatoria, quell’hate speech o linguaggio d’odio che, favorito dall’anonimato e dall’assenza di censure, trova nella rete l’ambiente ideale, per essere enfatizzato nei talk show e nei dibattiti televisivi. Piattaforme come Facebook, Instagram o X permettono una diffusione rapida e virale dei contenuti, che a livello sociale rischia di normalizzare atteggiamenti discriminatori e di rafforzare stereotipi e pregiudizi. In questo contesto il dibattito sullo hate speech si è intrecciato a quello sul politically correct, nato agli inizi degli anni 80 come opera di aggiustamento riguardo alle convenzioni del linguaggio con l’obiettivo di rimuovere termini offensivi e contrastare discriminazioni. L’eccesso cui va incontro è tuttavia quello di costituire una forma di controllo sociale del linguaggio e di generare veri e propri paradossi, come voler imporre valori attuali al passato e portare alla rimozione di opere artistiche e letterarie. Il sociologo Luca Ricolfi ne analizza la forma più recente legata alla cultura Woke, movimento originario della cultura afroamericana che si è esteso all’Europa degenerando nella cancel culture, e da lui definito follemente corretto, che diventa revisionismo storico o si concentra sull’uso dei termini separando il linguaggio dalla realtà delle cose. Come conclusione la Relatrice cita una frase di Paul Ricoeur: “Il dialogo è lo spazio in cui l’Io e l’Altro cercano insieme una verità che nessuno possiede da solo.” E’ questo il presupposto per un’etica della comunicazione e del discorso, prerequisito essenziale per la costruzione di una società inclusiva e democratica.


