La comunità di San Carlo, dopo lo storico parroco don Guido che l’ha fondata e guidata per oltre 50 anni, ha visto avvicendarsi diversi pastori: don Massimo, don José, don Luca e don Davide, fino all’attuale don Francesco Ondedei, sacerdote d’origine pesarese, “prestato” dalla diocesi di Bologna come fidei donum, che ha fatto il suo ingresso ufficiale nella parrocchia lo scorso 1° ottobre.
“E’ comprensibile – ha detto il Vescovo Sandro nel presiedere la celebrazione – che tali avvicendamenti possano generare tra i fedeli un senso di disorientamento e affaticamento. Essi, tuttavia, vanno giudicati non come semplici passaggi organizzativi, ma come il rinnovarsi della promessa che il Signore continua a visitare e guidare il suo popolo, anche in un momento così difficile per la nostra arcidiocesi, dolorosamente segnata dalla carenza di sacerdoti. Per questo sono particolarmente grato al Cardinale Zuppi, che ha permesso a don Francesco di venire tra noi”.
Il nuovo parroco, cresciuto nelle strade del quartiere di Pantano, ha scelto di presentarsi alla comunità, attraverso una lettera, definendosi così: “Io sono una storia, che non è nata con me né con me finirà”. Una storia di “nomi”, diventati poi dei “volti”, “soggetti” amati in modo unico dal Signore e quindi “amici”, con cui camminare condividendo le esperienze.
Tanti i compagni di strada ricordati da don Francesco: dai familiari al gruppo scout PS IV e alla parrocchia dei Cappuccini; da don Contiero, ”gigante nella fede”, a tanti preti silenziosi ed essenziali testimoni di vita; dagli studenti universitari di Bologna ai poveri e ai missionari, nell’incontro con i quali è maturata la sua vocazione al presbiterato, confluita nell’ordinazione del 15 settembre 2001. E in tutto questo, il “compagno” Cristo, come lo definiva don Mazzolari alla faccia dei benpensanti, ricordando però che “compagno”, prima di essere un termine politico è un fatto eucaristico, perché significa “colui che spezza il pane con te”. Una compagnia che educa ad essere umani e a restare umani.
Don Francesco, qual è il tuo desiderio in questo nuovo inizio?
Il mio non è un desiderio, è un affidamento di me ai parrocchiani di San Carlo. Vivo il massimo delle attese, ma senza illusioni, perché generano delusioni. Spero che i compiti amministrativi, propri di un parroco, non vadano a limitare il tempo per la preghiera, l’ascolto, la confessione. Non vedo l’ora di celebrare in parrocchia l’eucarestia, elemento fondante del mio ministero e della vita comunitaria. Ascolterò cosa desidera la comunità nel suo insieme, perché la parrocchia non è un ambiente di pochi, ma un’oasi, un “porto di mare” dove tutti possono ristorarsi, trovare sostegno e soprattutto possono vivere in comunione, sperimentando la carità, la giustizia, la speranza. La sfida della parrocchia è proporre un mondo diverso da quello in cui il consumismo, la competizione, il dubbio sulla verità orientano gli affetti delle persone fino a stravolgerli, generando tensioni, conflitti e controllo gli uni sugli altri. La comunità parrocchiale può testimoniare che un mondo diverso è possibile.
Hai lavorato tanto con i giovani. Come pensi di continuare?
I giovani non sono una categoria. Non esiste uno standard dei giovani. Le critiche che molti rivolgono a loro sono troppo generiche. Io ho lavorato con gli scout e con gli studenti universitari, ma l’ho fatto con “alcuni” di loro, con “quei” giovani specifici. Non ci sono formule precostituite. Ho notato che in tutti c’è il desiderio (come è scritto sui muri di Bologna) di una “vita bella”. Bisogna pensare, perciò, a come la parrocchia possa essere un ambiente che permetta loro di crescere e diventare adulti. Bisogna capire come coinvolgerli, pensando anche ai ragazzi che non frequentano la comunità.
Quali altri aspetti ritieni importanti per la parrocchia?
L’attenzione ai poveri, per cercare di rispondere non solo alle loro necessità materiali, ma anche alla necessità di giustizia. Cercare di scardinare i meccanismi che generano quelle “povertà” che una persona, una famiglia, un “senza dimora”, un tossicodipendente soffre. Come diceva don Milani, la carità e la giustizia sono entrambe essenziali.
Inoltre vorrei dire ai parrocchiani che è necessario non tanto “farsi strada”, quanto “fare strada agli altri”, valorizzando, secondo quanto richiede Leone XIV nella Magnifica humanitas, il “pezzo di muro” che ognuno ha avuto per costruire la città comune.


