A metà ottobre, come ampiamente riportato dal nostro settimanale, si sono tenuti tre convegni su sanità e fine vita nella Metropolia di Pesaro Urbino e Fano. A guidarli è stato Mons. Renzo Pegoraro, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita.
Alla dottoressa Rita D’Urso, medico Responsabile Cure Palliative Hospice Fossombrone e Coordinatore SICP (Società Italiana di Cure Palliative) Marche, abbiamo chiesto di entrare nel merito delle cure palliative con un focus sull’importanza di custodire le fragilità.
Dottoressa D’Urso, oggi la società vive un pluralismo di valori sempre più marcato. In che modo la medicina deve rispondere a questo cambiamento quando si confronta con la malattia e la fragilità?
Un buon approccio alla persona malata aiuta a donare quel benessere che è una variabile determinante del desiderio di continuare a vivere o morire. La vittoria sul dolore fisico non è sufficiente da sola a un’adeguata comprensione della sofferenza, per cui occorre far ricorso, da un lato, alla tecnica e alle terapie e, dall’altro, ai mezzi per migliorare l’approccio alla sofferenza psichica e spirituale.
Quando parliamo di “fragilità” in ambito clinico a cosa ci riferiamo esattamente e cosa significa “custodirla”?
Quando parliamo di fragilità intendiamo una condizione fisica di ridotta riserva fisiologica e vulnerabilità estrema in pazienti con malattia cronica avanzata. Custodire la fragilità vuol dire realizzare un percorso di cura, nel quale nulla è scontato o banale, ma tutto è importante e ogni azione può trovare il senso nel momento in cui è capace di produrre nella persona sofferente un aumento delle risposte positive.
Per chiarire meglio ai lettori, qual è la definizione scientifica e legislativa di cure palliative?
Le cure palliative sono “l’insieme degli interventi terapeutici, diagnostici ed assistenziali, rivolti sia alla persona malata sia al suo nucleo famigliare, finalizzati alla cura attiva e totale dei pazienti, la cui malattia di base, caratterizzata da un’inarrestabile evoluzione e da prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici” (Legge 38/2010, Art. 2). Esse affermano il valore della vita, considerando la morte come un evento naturale. Non prolungano né abbreviano l’esistenza del malato, ma provvedono al sollievo dal dolore e dagli altri sintomi per aiutare il paziente a vivere il più attivamente possibile sino al decesso e aiutano la famiglia a convivere con la malattia e poi con il lutto.
Che ruolo giocano le cure palliative e come si pone il tema della richiesta di suicidio medicalmente assistito?
Le cure palliative sono un’occasione unica di confronto su temi importanti quali la fragilità ed il fine vita. In alcune situazioni, un accesso tardivo o insufficiente alle cure palliative può contribuire ad alimentare sofferenze evitabili, senso di disperazione o vissuti di abbandono. Con onestà intellettuale devo dire che la relazione tra sofferenza, desiderio di morte e richiesta di suicidio medicalmente assistito non sempre è lineare: il quadro è spesso molto più articolato e si poggia su una ideologia e sul diritto o presunto tale.
Cosa diventa davvero fondamentale nella relazione tra medico e paziente quando ci si trova di fronte a sofferenze così profonde?
Le persone che chiedono una morte medicalmente assistita attraversano certamente una fase particolarmente delicata sia sul piano clinico che assistenziale. La fiducia, il senso di continuità, la possibilità di sentirsi accompagnati costituiscono il cuore stesso della medicina. Occorre ascoltare e offrire aiuto in un confronto continuo tra la fragilità del limite e la forza della speranza.
Perché è così importante mantenere distinta l’identità delle cure palliative dal suicidio assistito?
Questa distinzione nasce dalla necessità di proteggere la fiducia sociale nelle cure palliative, la chiarezza comunicativa e la libertà di accesso alle cure palliative da parte delle persone fragili che non richiedono il suicidio medicalmente assistito, ma di poter vivere senza dolore fino alla fine con un rinnovato senso della vita anche nella malattia.


