S.Agostino, riaperto lo scrigno della città

I lavori di restauro, preventivamente autorizzati dalla competente Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle Marche e limitati alle parti non strutturali dell’edificio, sono stati preceduti da una fase di studio preliminare. Un rilievo aereo con l’ausilio di un drone ha permesso di ispezionare complessivamente la parte alta della chiesa. Tale operazione ha evidenziato la presenza di numerosi fenomeni di degrado caratterizzati anche da alcuni distacchi della superficie. Al fine di consentire il corretto svolgimento dei lavori è stata eseguita la scansione al georadar relativa allo strato sottostante della pavimentazione, volta ad individuare la presenza di eventuali strutture sepolcrali. Gli interventi sono stati finalizzati al ripristino conservativo e al consolidamento della volta e delle pareti, con la reintegrazione degli intonaci con impasti leggeri e traspiranti, dai requisiti similari allo strato originario e tinteggiatura finale. L’intervento ha permesso di effettuare anche una pulizia generale degli interni. Anche l’impianto illuminotecnico è stato rivisto con l’introduzione di punti luce a led.

 

Storia. Il restauro che ha contribuito a ristabilire decoro alla facies interna dell’edificio si è compiuto in concomitanza con il centenario della parrocchia di Sant’Agostino, la cui formazione fu sancita dal decreto del vescovo Bonaventura Porta nel 1919, con il trasferimento del titolo parrocchiale di San Niccolò. La storia del complesso agostiniano risale tuttavia ad epoche molto più antiche. Esso fu verosimilmente fondato in forme romaniche sotto il vescovo Uguccione intorno al 1258, con il titolo di San Lorenzo e successivamente passò, mutando dedicazione nel 1282, all’ordine degli eremitani di Sant’Agostino già insediati nel territorio pesarese dal 1239 nel romitorio di San Nicola in Valmanente, oggi alla periferia collinare della città. Esso è il frutto di complesse vicende e trasformazioni succedutesi in più di settecento anni di storia e costituisce un esempio indicativo della sovrapposizione degli stili nel tempo dalla riedificazione gotica del 1346, al rifacimento complessivo del 1776. Merito principale della riedificazione settecentesca fu quello di aver conservato lo straordinario portale in pietra d’Istria e marmo rosso di Verona, ancora oggi uno dei più alti esempi del patrimonio artistico pesarese. Fu eretto in forme gotiche tra il 1398 e il 1413 sotto la direzione di maestranze scalpelline di area veneto-lombarda, risultando nella sua formulazione il più articolato e solenne tra quelli delle chiese pesaresi di epoca malatestiana. Sono infatti evidenti in questo portale i riferimenti alla signoria dei Malatesta che reggeva in quegli anni le sorti di Pesaro. Svelano tale retaggio la presenza dei leoni e il particolare sull’architrave dello stemma a bande scaccate di Malatesta detto dei Sonetti o Senatore, signore di Pesaro tra il 1386 e il 1429.

 

Interni. Tante le opere artistiche presenti all’interno si distinguono alcune pale dipinte con la presenza di figure care alla spiritualità agostiniana come la Madonna della cintura e i Santi Monica, Agostino, Chiara da Montefalco e Nicola da Tolentino del frate-pittore napoletano Felice Antonio De Lettiero o l’imponente pala dell’altar maggiore con la SS. Trinità, la Vergine e i Santi Lorenzo e Agostino, opera imperniata di luminoso classicismo del pittore pesarese Pietro Tedeschi, realizzata in occasione della riapertura della chiesa nella seconda metà del ‘700. Significativa è anche la tela con il San Nicola da Tolentino che intercede per le anime purganti del Pomarancio, dove alla caratteristica veduta della città di Pesaro sullo sfondo, si unisce l’episodio della vita del santo che ebbe la visione proprio nel convento pesarese di San Nicola in Valmanente. Opere in alcuni casi riferibili anche a figure di assoluto rilievo come l’Annunciazione della Vergine con S. Bernardino da Siena del pittore lagunare Jacopo Negretti detto Palma il Giovane, tra i massimi interpreti del tardo ‘500 attivo, nel Ducato di Pesaro e Urbino, per il duca Guidubaldo II Della Rovere o l’essenziale e suggestiva composizione con la Santa Rita da Cascia di Simone Cantarini, il miglior allievo del caposcuola del classicismo, il bolognese Guido Reni. Di indiscutibile pregio anche la piccola cappella in forme gotiche che conserva un capolavoro cinquecentesco come la maestosa e commovente Crocifissione con la Maddalena che porta la firma del plastificatore urbinate Federico Brandani.

 

Coro ligneo. Lo spazio presbiteriale della chiesa conserva tuttavia un altro capolavoro fondamentale per la comprensione della storia cittadina, il bel coro in legno di noce intarsiato a due ordine di stalli, un’opera composita del XV-XVI che si pone quale inestimabile ‘memoria’ figurativa della città in epoca sforzesca, testimonianza unica nel suo genere a Pesaro. Fondamentali sono le vedute prospettiche effigiate nelle tarsie degli stalli dove antiche rappresentazione di mura, palazzi, chiese e castelli sembrano suggellare nella materia lignea, le evocative forme urbane, immerse in un’aura suggestiva e quasi cristallizzata nel tempo. Di grande interesse sono anche i braccioli negli stalli centrali, con le eleganti e sinuose figure di due arpie dalla testa antropomorfa, nelle cui fattezze si è voluto ravvisare una somiglianza con Costanzo Sforza signore di Pesaro e Camilla d’Aragona, convolati a nozze nel 1475. Degno di nota infine è anche l’organo della chiesa, un’opera firmata intorno al 1776 dal maestro Gaetano Callido, tra i più alti rappresentanti della lunga tradizione organara veneziana lungamente attivo nella sua vita anche nelle Marche.

 

 

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