Fiorucci, l’uomo, l’artista e la memoria della terra

Incontro l’artista Fiorucci, l’amico Franco, nel suo studio pittorico. Gli chiedo se desidera parlarmi della sua vita. Declina gentilmente l’invito e propone di raccontarmi alcune sue memorie, quelle di un uomo maturo. Desidera parlarmi della sua eredità d’affetti per la vita agreste, nel modo in cui l’ha vissuta, per memorizzarla. L’eredità storica di un uomo che è memore di tante cose del passato che pure hanno avuto il loro intrinseco favore e piacere ma si sono perdute. Lui ha ricevuto il dono di poterla anche documentare questa storia, coi suoi disegni ed i suoi dipinti. Una narrazione che accomuna tanti di noi, quella di un mondo che non tornerà più. I più giovani, potranno ritrovarvi degli aspetti che vivono nei ricordi dei loro genitori. Ecco il suo racconto.

 

Semplicità. Non è la nostalgia che mi sollecita la memoria al ricordo di un tempo in cui la natura, la terra, erano i veri caposaldi della vita. Oggi constatiamo, purtroppo, che il tempo e l’esistenza sono trasformati, stravolti da conflitti e ansie che ci contagiano. Ciò che prima esisteva non esiste più, piegato dagli eventi. La natura e la terra che ho vissuto e conosciuto erano figlie di un’etica e di una morale immacolate, benedette dall’alto. Terra madre, venerata fin dall’antichità, quella delle sacre notti, contemplate prima dai pastori e dai magi fiorita di calicanto, dove nessuno era abbandonato. Quando la stessa morte appariva come un’età della vita e la notte serena era una coltre distesa sul sonno degli esseri. Tutto era semplice in natura: la stagione dei fiori, quella dei frutti, la stagione della morte… Tutti i lavori dell’anno si accumulavano e si congiungevano, allora che sulla fronte dei contadini, dopo il tramonto, permaneva un riflesso di sole come sulla fronte dei geni.

Per motivi intimi ho amato terra e natura come i miei congiunti che erano trapassati: rifugio, consolazione, creatività. Tutto m’incantava e mi affidavo alle riottose nubi per leggerne gli umori, i pensieri confessati dagli esseri. Il vento stesso che sferzava e che sapeva raccontare storie più di tutti noi.

 

Percorso. Terra sacra, benedetta, pascoliana, seppure spesso amara, avara, scontrosa. Coltivata ed attesa sino al limite dei calanchi, sino agli anfratti. Era la terra del pane, dell’ulivo, protetta sugli argini, profumata di sterco e letame.

Tutto ciò ha rappresentato la mia infanzia, la mia giovinezza, il voto, il desiderio di tradurla in immagini, di ricrearla nel sogno, attraverso il segno e il colore affinché non diventasse solo una mia testimonianza: poiché tutto ciò che scoprivo e vedevo mi appariva nobile, flessibile, animato, come se un invisibile spirito penetrasse la vita delle piante, dei boschi, delle zolle, del colore di tutto quell’universo. Quella terra, che ho venerato ed amato, penso appartenesse solo a Dio e che ora è muta, sconvolta, sconsolata, che lo stesso Dio l’abbia abbandonata. Queste testimonianze sono emerse lentamente, senza premeditazione. E’ come se le immagini, la loro storia avessero scelto me e non fossi stato io a sceglierle. In seguito, mi sono reso conto che un filo mi legava a quelle icone e il modo in cui le avevo intimizzate, interpretate e tradotte.

 

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