L’Arcivescovo Coccia: “Don Cesare Stefani un cuore grande e aperto”

Saluto con grande affetto questa cara comunità di San Lorenzo Martire colpita dalla morte di don Cesare e saluto anche il presbiterio locale, che è qui oggi numeroso.

Saluto le autorità civili e militari, la cui presenza testimonia che la compattezza di questa comunità è dovuta anche al contributo di tutte le componenti istituzionali. Di questo ringrazio il Signore, ma nello stesso tempo esorto tutti a un rapporto continuativo e collaborativo ulteriore.

Cari fedeli, io credo di interpretare il sentimento dominante di ciascuno di noi oggi dicendo che è un sentimento di tristezza, perché una persona molto cara e molto amata ci lascia e perché nei giorni a venire non potremo più incrociare lo sguardo e il sorriso di don Cesare.

Un parroco che era ormai divenuto una cosa sola con la realtà di Tavullia: dire Tavullia significava dire don Cesare e dire don Cesare significava dire Tavullia. Era entrato nel cuore di tutti. Era una persona che, quando ci si imbatteva con lui nelle strade di questa cittadina, suscitava sempre un senso vivo di speranza. Era una persona accogliente, incoraggiante, capace di ricucire situazioni a volte molto frantumate. Perciò sentiremo tutti la sua mancanza.

E tuttavia questo sentimento di tristezza è fugabile, può essere superato e sconfitto se ci affidiamo alla Parola del Signore, la quale ci dà la certezza che il bene fatto nella vita verrà ricompensato dal Signore e ascritto a nostro credito.

Il primo testo tratto dal Libro della Sapienza (3, 1-9), ci dice che “le anime dei giusti – e don Cesare era tra questi – sono nelle mani di Dio, nessun tormento li toccherà e nel giorno del Giudizio  brilleranno come scintille nella stoppia e governeranno le nazioni”.

Quello sapienziale è un linguaggio simbolico che l’autore utilizza per farci capire che se viviamo la nostra esistenza umana con la certezza della fede, l’attesa dell’aldilà non ci deve impaurire e non ci impaurisce.

Il secondo testo di san Paolo (Rm, 14, 7-12) si addice moltissimo alla vita e alla figura di don Cesare: “Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso. Sia che viviamo sia che moriamo siamo del Signore”.

Don Cesare ha testimoniato questa grande verità: è stato un uomo e un sacerdote vissuto nel Signore e morto per il Signore, con un animo limato e raffinato da una grande fede. Questo ci conforta e ci sollecita a fare nostra la sua esemplarità.

Da ultimo abbiamo ascoltato la Parabola delle dieci vergini, di cui cinque sagge e cinque stolte (Matteo 25, 1-13): una parabola della quale nel Vangelo non si trova una più idonea a tratteggiare la figura di don Cesare, che rientra pienamente nel novero delle vergini sagge. Don Cesare era saggio sia per sua natura sia per la sua fede. Era una persona attenta, accorta, perspicace, non distratta nel cammino della vita. E’ stato un uomo vigilante nella fede, vigilante nei confronti della comunità a lui affidata, che a sua volta vigilava su di lui. Questo ci permette di affermare che don Cesare oggi è nella gloria del cielo. Il nostro sentimento di tristezza perciò è bilanciato dalla certezza della fede, la quale ci conforta nel sapere che don Cesare ha vissuto bene il suo lungo cammino umano.

Desidero anche, cari fedeli, un altro elemento di riflessione.

Ogni volta che viene a mancarci una persona cara, tutti noi ci poniamo tanti interrogativi, ma nello stesso tempo siamo sollecitati proprio dall’esperienza della morte a filtrare in modo più preciso la vita e l’opera del defunto per coglierne responsabilmente l’eredità, per non disperderla, per valorizzata con il nostro vissuto.

Qual è allora l’eredità che ci lascia questo caro sacerdote?

Sul piano sociale e comunitario ci lascia l’eredità di una persona che è vissuta nella comunità di questa cittadina di Tavullia in forma stabile dal 1963, vivendone i cambiamenti strutturali e, prima ancora, generazionali, mettendo al suo servizio le proprie energie, risorse, capacità, oltre che il proprio tempo. In più di mezzo secolo ha conosciuto tutti, è entrato nel cuore di tutti, ha accompagnato nella gioia e nel dolore il cammino di tutti.

Ma anche sul piano personale don Cesare ci lascia una grandissima eredità, fatta di elementi che hanno già lasciato un segno su di noi.

 

Credo di interpretare il senso comune dicendo che don Cesare prima di tutto ci lascia un esempio di grande fedeltà. Fedeltà alla natura umana, perché è stato un uomo autentico, limpido, chiaro; non ha mai barato né falsificato o mistificato la realtà. Ma anche fedeltà alla condizione di cristiano, perché ha vissuto la sua vita in modo integro, sempre interpretandola nell’ottica della fede: quella fede che aveva ricevuto innanzitutto dai genitori, come ogni tanto amava ricordare. Fedeltà infine al suo sacerdozio e al ministero che i superiori e i vescovi nel tempo gli hanno affidato. Da quando l’ho conosciuto, nel 2004, ho potuto sempre verificare questa grande fedeltà alla vita della Chiesa locale, alla vita della parrocchia di san Lorenzo Martire in Tavullia.

Questi aspetti, cari fedeli, dobbiamo assimilarli interiormente e viverli, perché se il Signore, grazie a don Cesare, ci ha fatto capire di più, lo ha fatto anche perché ci vuole chiedere di più.

Ma don Cesare è stato anche un uomo di grande semplicità e curiosità. Semplice non significa ingenuo, ma indica una persona capace di scomporre la realtà complessa e ricondurla all’essenziale. Il suo comportamento, il modo di ragionare e di valutare la vita ci dicono che don Cesare è stato un uomo evangelicamente semplice, capace di andare subito alla sostanza delle cose, per quanto complesse e a volte bizzarre.

La sua semplicità lo portava anche ad essere curioso, a informarsi di tutto e di tutti. Ogni volta che venivo in parrocchia e parlavo con lui, potevo constatare la sua acuta intelligenza e la varietà delle sue conoscenze: sapeva non solo di filosofia e teologia, ma anche di agricoltura di meccanica e altro. Questa curiosità nasceva dalla convinzione che la vita, essendo un dono del Signore, non vada sprecata, ma vada conosciuta e vissuta in pienezza. La sua era una curiosità con una motivazione teologica alle spalle, che suscitava in lui sempre un senso di stupore. C’era dentro di lui un fanciullino di pascoliana memoria, che lo induceva a lodare il Signore, a ringraziarlo per le meraviglie che scopriva in tutti i campi.

Aggiungo, infine, un terzo elemento dell’eredità di don Cesare: l’affidabilità e l’affettività. Era una persona seria, affidabile in tutto, su cui si poteva contare. Un uomo serio e un sacerdote rigorosamente impegnato. Un parroco tradizionale, che stava al suo posto sempre, anche di fronte alle difficoltà e ai problemi. Era una roccia.

Aveva inoltre un cuore d’oro, era empatico, conosceva bene la natura umana nei suoi limiti e nelle sue stranezze e spesso sdrammatizzava con battute e alzate di spalle. A testimonianza di un cuore grande e aperto, dove c’era posto per tutti.

Cari fedeli, noi oggi salutiamo don Cesare, ma la sua presenza continua nella comunità dall’alto dei cieli. Sta a noi però farla continuare, accogliendo quello che ci ha insegnato in questi anni non tanto con i discorsi quanto con l’esempio, con il ministero, con le azioni. Don Cesare quindi rimane ancora un punto fermo per noi, facendoci capire l’importanza di un sacerdote per la vita della comunità sia sul piano della fede che su quello umano e sociale. Preghiamo il Signore perché questa eredità rimanga viva nel cuore di ciascuno di noi e questo.

Voglio infine ricordare le persone che sono state vicine in modo speciale a don Cesare soprattutto in questi ultimi mesi, permettendogli di concludere bene la sua lunga vita. In particolare don Giuseppe Signoretti e Luigi Signoretti futuro diacono.

Preghiamo perché il Signore ci mandi nuove vocazioni e perché le nostre comunità siano un terreno fecondo grazie a un impegno serio, gioioso, appassionato e motivato dalla fede.

Dall’omelia dell’Arcivescovo di Pesaro Monsignor Piero Coccia (Tavullia 7 luglio 2018)

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