Ho vissuto per due volte il passaggio della Porta Santa: la prima in occasione del pellegrinaggio di Metropolia, la seconda per il Giubileo dei vescovi. Il 22 febbraio ho camminato insieme alle comunità del territorio, alla fine di giugno insieme ai pastori arrivati a Roma da ogni parte del mondo. In entrambe le occasioni ho sperimentato la
gioia di far parte della chiesa e di accogliere, come penitente chiamato a conversione, la gioia della riconciliazione.
Dalla mia esperienza personale traggo alcune riflessioni sul Giubileo della speranza. La prima è la possibilità di proporre ancora autentici cammini di conversione e perdono in un’epoca in cui “tutto è permesso e niente è perdonato” (G. Forlai, ‘La chiesa. Riflessioni sull’evaporazione del cristianesimo’, Milano 2025). Questo presuppone una rinnovata coscienza sul senso del peccato, come pure la capacità di parlare e agire nel rispetto
della verità e della dignità della persona umana. Nell’Anno Santo al penitente è stato chiesto non tanto
di scegliere il male minore, ma il bene possibile da mettere in atto.
Nei tanti appuntamenti degli eventi giubilari per categorie si sono evidenziati certamente dei rischi, ma si può riscoprire il valore di essere membra di un unico corpo. Il volgere verso le basiliche maggiori della chiesa di Roma ha manifestato il senso della comunione e dell’unità di tante realtà sparse sulla terra e capaci di formare una sinfonia, dove ogni voce è stata rispettata e accolta come preziosa parte del coro. Nel tempo della frammentazione e della disgregazione il vescovo di Roma è artefice di carità tra le chiese.
Il terzo elemento che vorrei mettere in evidenza è la speranza della pace. Da questo punto di vista l’anno santo può essere battezzato come “Giubileo dell’impotenza”, a fronte delle grandi tragedie provocate dalle guerre. Nessuno, tra i grandi della terra arrivati a Roma per i funerali di Papa Francesco o per l’inizio del ministero di Papa Leone XIV, ha fatto i conti con l’appello dei Pontefici alla fine delle ostilità, a un dialogo costruttivo, alla protezione dei più deboli, alla rinuncia agli armamenti.
Il cammino di ritorno dalla città santa sarà per i pellegrini un impegno forte a rinunciare alla violenza e a indossare piuttosto le armi dei figli della luce: “la corazza della fede e della carità, e avendo come elmo la speranza della salvezza” (1Ts 5,8). Il Giubileo chiede di non rimanere inermi: “Prendete dunque l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove. State saldi, dunque: attorno
ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio” (Ef 6,13-17).
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