Le domande di Elise Ann Allen, giornalista statunitense che firma la prima intervista a papa Leone, non eran poche né semplici.
Il risultato finale di 3 ore di botta e risposta, in due incontri avvenuti a luglio scorso a Castelgandolfo e in Vaticano, rende bene l’idea di quali e quante preoccupazioni il sommo pastore della chiesa cattolica deve farsi carico.
Una lettura istruttiva a dir poco, per i curiosi di capir qualcosa di più di attualità e prospettive del lungo – si presume, avendo lui appena festeggiato il compleanno numero 70 – pontificato Leone. Un papa che saggiamente non ambisce ad essere “quello che risolve i problemi del mondo”; il suo ruolo semmai è “annunciare la buona novella, predicare il Vangelo”, e “non sento il bisogno di complicarmelo”.
“Non è facile smettere con tutto quello che eri e che avevi”, dice del passaggio da cardinal Prevost a papa Leone, come un “pellegrinaggio di morte e nuova vita”. Ora “sto imparando tanto, ma non mi sento sopraffatto”, è il parzialissimo bilancio degli esordi, dove accanto alla “parte pastorale” e al governo della Chiesa, “l’aspetto del tutto nuovo di questo lavoro è l’essere scaraventato al livello dei leader mondiale”. E su questo fronte, l’attualità preme tragicamente.
Se quello di Gaza sia un “genocidio” oppure no, la Santa sede non crede di poterlo dichiarare, per “adesso” (che sarebbe comunque il 30 luglio). Intanto, “è così terribile veder le immagini che vediamo in TV”. Leone crede fermamente nel “potenziale che ha l’umanità di superar l’odio e la violenza”, un po’ meno invece nelle Nazioni Unite, che almeno per ora “han perso la loro capacità di mettere insieme le persone su questioni multilaterali”.
Non si immischierà nella politica partitica, si ripromette, neppure nel suo paese, lasciando ai vescovi statunitensi il compito di avere a che fare col presidente Trump. Però neanche esita a dire che come “attore potente a livello mondiale”, a volte Washington decide pensando “più all’economia che alla dignità umana”.
Dall’attualità del mondo, lo sguardo si allarga quindi all’attualità della Chiesa, su cui mai, prima d’ora, Leone aveva esposto tante sue personali opinioni in risposta a domande di un intervistatore. Così facendo, ha preannunciato con sufficiente chiarezza che qualsiasi cambiamento di dottrina, su questioni scottanti come sacerdozio femminile, matrimonio, famiglia, LGBT eccetera, non ci sarà. E nell’addentrarsi in questi temi, sollecitato dall’interlocutrice, non a caso gli è tornato in mente un cardinale asiatico, non meglio identificato, che ai tempi ancora del conclave gli diceva che “il mondo occidentale è ossessionato dalla sessualità”.
“Capisco che qualcuno la prenderà male”, ha già preventivato. E tuttavia nella chiesa “todos, todos, todos” son benvenuti, ribadisce facendo cordialmente propria la famosa esortazione di Francesco. Lui sta semplicemente cercando di non polarizzar nella Chiesa, più di quanto non avvenga finora, il dibattito su questioni come anche la messa in latino. La sinodalità, altro argomento cardine del pontificato Bergoglio, è un’eredità difficile anch’essa da maneggiare. Per Leone vuol dire che nella Chiesa “ognuno ha una voce e un ruolo da esercitare”, senza però che la Chiesa diventi, avverte, “una sorta di governo democratico”.
L’impressione di fondo, a lettura ultimata, è quella di un papa chiamato a servir la chiesa in un frangente storico dove certo “ci son grandi sfide davanti”, riconosce lui stesso, e “io sto appena iniziando…”. E comunque, racconta col suo rassicurante sorriso, “I sleep well”, cioè “dormo bene, sento molto la presenza del Signore, lo Spirito Santo è con me…”.
Neanche sulle malmesse finanze vaticane, di cui tanto si diceva durante la sede vacante, “ci sto perdendo il sonno”. La Chiesa che lui sogna, si intuisce tra le righe, e che vorrebbe veder raccontata, è una Chiesa non intristita e ripiegata su quel che non va. Ad esempio, per finire, l’annoso scandalo abusi del clero, crisi non ancora risolta, ammette Leone con coraggio, invocando autentica e profonda compassione per chi ne ha sofferto, però “non possiamo far focalizzare la chiesa solo su questo”.


