Intervista a Paolo Boni direttore dell’ISSR di Pesaro

 

Professore, quando cinque anni fa, su iniziativa dell’Arcivescovo Piero Coccia, nacque a Pesaro l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Giovanni Paolo II”, ci fu chi si chiese, manifestando qualche perplessità, se fosse opportuno convogliare risorse umane e finanziarie  verso un’opera di cui la diocesi sembrava non avvertire una grande necessità. Sulla base dell’esperienza, seppure giovane, di questi anni quale valutazione si sente di esprimere in proposito?

Certamente, quando siamo partiti, avevamo chiaro il valore  dell’iniziativa in sé, ma non sapevamo se ci sarebbe stata una risposta adeguata da parte degli studenti. La nostra è stata in un certo senso una scommessa. Abbiamo rischiato, stando attenti a vedere che cosa sarebbe successo.

Già il primo anno abbiamo avuto un segnale per noi di grande conforto: al di là di ogni nostra aspettativa si sono iscritti 152 studenti tra ordinari e uditori. Un segno che la cosa poteva funzionare. La conferma si è avuta nel tempo: in questi anni abbiamo avuto 237 studenti ordinari e 443 uditori, per un totale di 680 frequentanti.

Questo significa che l’Istituto risponde ad esigenze reali, anche se talvolta latenti? Può dirci quali sono queste esigenze? Quali sono i motivi principali per cui le persone decidono di iscriversi?

I motivi sono sostanzialmente due. Innanzitutto si viene all’Istituto per una esigenza di formazione teologica. Il primo dato sorprendente è questo: c’è un bisogno di teologia.

Nell’assecondare questo bisogno, non si rischia di fare un’operazione puramente intellettualistica, del tutto inincidente sulla vita della comunità ecclesiale?

Se si ascolta l’esperienza degli studenti, si scopre che non è affatto così. Potrei raccontare di tante persone che frequentando l’Istituto hanno cambiato la vita e che, approfondendo il loro cammino di formazione spirituale, hanno iniziato a vivere più consapevolmente sia la loro fede che il loro impegno ecclesiale e civile. Per usare l’espressione della Lettera di S. Pietro, gli studenti “imparano a rendere ragione della propria fede” o meglio “approfondiscono” il rendere ragione della propria fede”. E’ chiaro infatti che la frequenza ai Corsi dell’Istituto non può sostituire il cammino che ognuno svolge dentro la propria comunità; è però un supporto ad esso. Non a caso tanti sono venuti anche per il servizio che svolgono in parrocchia o nei vari movimenti. Ecco: quella dell’Istituto è una sorta di forza in più piuttosto che un’operazione intellettuale. E’ come se le persone scoprissero le radici e il retroterra di quello che stanno vivendo.

Il primo motivo dunque è di natura esperienziale: un andare a guardare nel terreno dove affondano le radici.

 E il secondo motivo?

L’altro motivo è che l’Istituto offre un curriculum di studi triennale al termine del quale si consegue la laurea in Scienze Religiose, che consente l’insegnamento della Religione Cattolica nelle Scuole Primarie e costituisce il titolo per il passaggio al ciclo biennale di specializzazione (a Urbino). La laurea in Scienze Religiose è stata resa obbligatoria dalla nuova Intesa tra Stato italiano e CEI, sottoscritta il 28 giugno scorso dal Ministro Profumo e dal Cardinale Bagnasco.

Quali sono i punti di forza dell’Istituto, grazie ai quali le persone sentono corrisposta la loro esigenza di fede adulta?

Il punto di maggiore forza è indubbiamente la docenza. Abbiamo professori di grande valore, competenti e appassionati. Con la stima e il consenso che hanno acquisito, contribuiscono notevolmente al buon nome dell’Istituto e favoriscono la fedeltà nel tempo degli studenti. Non dobbiamo poi dimenticare la segreteria e la biblioteca, che sono luoghi non solo di efficienza, ma anche di grande cordialità. Chi viene non è mai trattato da estraneo. L’Istituto insomma è un luogo sia di formazione che di legami.

Una conferma di questo è data dalla nascita, entro il mese di settembre, di una Associazione di ex studenti. Di che cosa si tratta? Chi l’ha promossa e con quale scopo?

E’ un altro bellissimo segnale del valore dell’Istituto. L’Associazione, sulla quale stiamo lavorando da un anno, è stata promossa da ex studenti, desiderosi di proseguire l’esperienza formativa vissuta, mantenendo i legami tra di loro e continuando a studiare.  Lo scopo dunque è dare vita a una sorta di formazione permanente, attraverso un lavoro seminariale in cui verranno approfonditi certi temi con docenti dell’Istituto. Membri dell’associazione perciò saranno anche gli insegnanti, sul modello originario dell’Università, che era appunto una corporazione di docenti e studenti.

Parlando degli studenti iscritti all’Istituto, lei all’inizio ha fatto una distinzione tra ordinari e uditori. Ci spiega la differenza?

All’interno dell’Istituto, che – come va ricordato – è di livello universitario e dipende dalla Pontificia Università Lateranense, sono previste due tipologie di studenti: l’ordinario e l’uditore.  Il primo deve frequentare tutti i 33 corsi (11 ogni anno, riguardanti le discipline bibliche, storico-patristiche, morali, filosofiche e di scienze umane); superare gli esami e discutere una tesi, fino al conseguimento del Diploma in Scienze Religiose. L’uditore invece può frequentare liberamente uno o più corsi accademici al termine dei quali gli viene rilasciato un attestato di frequenza.

L’indizione, da parte di Benedetto XVI, dell’anno della fede (2012-2013) ha influenzato in qualche modo i contenuti di studio del nuovo anno accademico?

Sicuramente. Innanzitutto uno dei Corsi, quello di Pedagogia, verterà sul “Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica”, della cui pubblicazione ricorrono i venti anni. In secondo luogo i tre incontri del ciclo “In dialogo con la città” saranno dedicati al Concilio Vaticano II (della cui apertura ricorrono i cinquant’anni) e prevederanno la partecipazione di grandi personalità cattoliche e laiche della cultura contemporanea.

Alcuni docenti dell’Istituto, infine, terranno – sempre sul Catechismo della Chiesa Cattolica – un “Corso per Operatori Pastorali” aperto a tutti coloro che si impegnano nel campo della catechesi, della liturgia, della carità e di ogni altro settore pastorale. (cfr. programma allegato).

Insomma vale la pena iscriversi all’Istituto Superiore di Scienze Religiose?

Sì vale la pena. E le iscrizioni per il prossimo anno stanno già arrivando. Avete tempo fino alla fine di ottobre.

a cura di Paola Campanini

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