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      Home » Don Milani visto da vicino
      Cultura

      Don Milani visto da vicino

      Luigi FedrighelliDi Luigi FedrighelliNessun commento4 minuti di lettura
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      L’inaugurazione di una mostra fotografica presso il Liceo Scientifico e delle Scienze Umane Laurana – Baldi di Urbino dedicata a Don Lorenzo Milani e alla sua esperienza alla scuola di Barbiana ha suscitato in me non solo la grande emozione per l’esibizione dei giovani studenti (bravissimi), ma anche un senso di amarezza. L’esposizione, pur potente nel suo racconto, ha messo in luce una significativa assenza: la parola Vangelo. Il racconto della mostra si apre con la descrizione del viaggio verso Barbiana, un sentiero che è già una metafora: “Si sale a piedi, con fatica. Il sentiero è ripido, il bosco fitto. […] è un viaggio che chiede lentezza, attenzione, rispetto.” E una volta arrivati, si scopre che “Barbiana non è solo un luogo. È il punto in cui la fatica della salita incontra la fatica del pensare e la trasforma in libertà e responsabilità.”

      Il priore di Barbiana. Don Milani, come ricordato dai pannelli, insegnava che “il mondo si cambia a partire dalle parole” e che nessuno doveva sentirsi escluso dal “diritto di capire e di dire la propria verità.” L’invito della mostra è a un “doppio viaggio”: quello fisico e quello interiore che “scende in profondità nel senso della giustizia e della dignità umana.” Entrare, si legge, significa accogliere la domanda: “che cosa significa, davvero, essere responsabili gli uni degli altri?”. Questa responsabilità è condensata nelle due parole che Milani incise sulla porta della sua scuola: “I care”. Mi sta a cuore. Mi riguarda. Non uno slogan, ma un programma pedagogico, politico e umano. Entrare significava “assumersi un peso e una responsabilità: quello degli altri. Tutto questo, tuttavia, non può e non deve essere disgiunto dalla scelta radicale e cristallina che fu alla base dell’intera esistenza di don Lorenzo Milani. Egli era un prete. Un giovane nato in una famiglia borghese che scelse il seminario e che, come testimoniano le fotografie della mostra, non abbandonò mai la sua talare, neanche nei momenti del più aspro scontro con la gerarchia ecclesiastica.

      Scommessa radicale. Se don Milani ha scommesso tutta la sua vita sull’ideale del riscatto sociale e della parola come strumento di libertà, lo ha fatto in quanto uomo che aveva speso la sua intera esistenza per Cristo e il suo Vangelo. Ed è proprio la citazione di Don Milani riportata in uno dei pannelli a rendere l’assenza della parola ‘Vangelo’ nella narrazione odierna ancora più amara: “Tre anni su tre brutte traduzioni di poemi antichi (Iliade, Odissea, Eneide). Tre anni su Dante. Neanche un minuto sul Vangelo. Non dite che il Vangelo tocca ai preti. Anche levando il problema religioso restava il libro da studiare in ogni scuola e in ogni classe. […] Forse chi v’ha costruito la scuola, Gesù l’aveva un po’ in sospetto: troppo amico dei poveri e troppo poco amico della roba”. Rimuovere il fondamento evangelico dalla figura di Don Milani significa spogliarlo della sua vocazione più profonda, riducendo la sua rivoluzione pedagogica a una lodevole iniziativa laica di giustizia sociale. Se è innegabile che la scuola di Barbiana sia stata un modello di educazione alla cittadinanza, è altrettanto innegabile che il suo motore primo risiedesse nell’intransigente messaggio cristiano di attenzione per gli ultimi.La mostra, pur celebrando il cittadino e il maestro, sembra aver messo in ombra il prete e ancor di più quel Qualcuno che venne per i “malati e non per i sani”, per i poveri, per gli ultimi.

      ********

       

      L’interrogativo che sorge e non può essere eluso è: cancellare il Vangelo dalla narrazione di una scuola come Barbiana, significa voler formare sudditi o cittadini?

      Se Don Milani vedeva nel Vangelo non solo un testo sacro ma anche un testo fondativo di giustiziae di vicinanza ai poveri, la sua espulsione dal dibattito educativo rischia di depotenziare il messaggio di “I care” riducendolo a mera etica, priva della radicalità che deriva da un programma di vita totale. Il sospetto di Milani, che “chi v’ha costruito la scuola, Gesù l’aveva un po’ in sospetto”, riecheggia in modo inquietante nella contemporaneità.

      Barbiana resta una direzione, un cammino. Ma un cammino che, per essere percorso integralmente, non può permettersi di dimenticare il punto di partenza: la vocazione di un prete con la talare, la cui vita fu “scommessa sul Vangelo.”

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