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      Home » Gli occhi e le palpebre
      Fano

      Gli occhi e le palpebre

      Andrea Andreozzi, vescovo di Fano -Cagli - Fossombrone - PergolaDi Andrea Andreozzi, vescovo di Fano -Cagli - Fossombrone - PergolaNessun commento5 minuti di lettura
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      È passato un anno dal mio arrivo in diocesi. L’incontro con i preti è stato uno dei miei principali obiettivi. Non si è realizzato in modo soddisfacente con tutti, perché ad alcuni non ho dedicato lo stesso ascolto e attenzione dati ad altri. Di questo chiedo perdono, disposto a riprendere il dialogo.  

      Da ottobre dello scorso anno molti sono stati gli incontri con don Giacomo: gli feci visita nella diocesi di Pordenone e, in seguito, ho mantenuto con lui un dialogo sereno, autentico e costruttivo. Ho trovato in lui un prete umile, consapevole del male compiuto e del bene ricevuto dall’estate 2012 ad oggi, con il coraggio necessario per capire le radici profonde della sua storia e della sua identità. Nei dodici anni intercorsi tra il 2012 e il 2024 il nostro confratello ha vissuto il suo ministero dedicandosi allo studio, alla pubblicazione di articoli di giornali e riviste, come anche di libri. Si è reso disponibile nella pastorale ordinaria e nelle settimane di spiritualità. Ho ringraziato la diocesi di Pordenone per l’accoglienza data a don Giacomo e per il cammino fatto insieme a lui. Il vescovo Giuseppe Pellegrini e alcuni suoi collaboratori, su mio invito, hanno fatto visita alla nostra diocesi in aprile. È stata l’occasione per dimostrare la nostra riconoscenza. 

      Una delle principali questioni è stato il dover capire se don Giacomo potesse tornare a far parte del clero diocesano di Fano Fossombrone Cagli Pergola, a me affidato come guida e responsabilità, oppure no. Alla fine mi sono detto che questa avrebbe potuto e dovuto essere la naturale conclusione di un processo di rinascita. La consapevolezza di dover confrontarmi con gli altri c’è stata fin da subito, come anche la volontà di impedire che si aprisse un grande Forum dove ognuno si sentisse autorizzato a fare il giudice, l’avvocato, il pubblico ministero, nei confronti di una persona già sottoposta a provvedimento giudiziario, trovata colpevole, condannata e adesso libera. Tutto avrei potuto fare tranne che intentare un nuovo processo a don Giacomo. Il vero senso della parola processo, a mio avviso, dovrebbe corrispondere al liberare il tempo dalle catene del passato per permettere di vivere il presente e il futuro a una persona che, nonostante tutto, ha continuato a rimanere prete. Così, nei confronti svolti in più fasi e su piani diversi con i preti della diocesi e con altri organismi di partecipazione, con un atto linguistico allo stesso tempo direttivo e indicativo, ho concluso: «don Giacomo rientra in diocesi. Questa è la mia decisione». Senza impedire che venissero espressi pareri, perplessità e preoccupazioni da parte degli altri, ho chiesto che si arrivasse quanto prima all’incontro con lui, lasciandogli raccontare la storia di anni passati fuori dalla sua terra. Chi ha incontrato don Giacomo e ha ascoltato il suo racconto, alla fine lo ha salutato. Qualcuno lo ha abbracciato, qualcun altro si è commosso. 

      In questi mesi con don Giacomo abbiamo provato a immaginare cosa sarebbe potuto accadere alla notizia della sua nuova incardinazione nel clero della nostra diocesi. Gli ho assicurato due cose: che non mi sarei tirato indietro nel momento della difficoltà del reinserimento e che avrei fatto di tutto per preparare il terreno senza procurare altra sofferenza a lui e alle persone da lui coinvolte nella nota vicenda del 2012. Non credo di essere riuscito nei propositi, specie nel secondo. Ho cercato, tuttavia, di dare a quante più persone possibile le motivazioni della mia scelta, nel rispetto delle contrarietà. 

      Chiudo con quella che a me sembra essere una buona ragione: il senso di chiesa e di concordia che vorrei crescesse a seguito del rientro di don Giacomo nelle nostre comunità. Non si tratta di assegnare una carica o un ruolo istituzionale, ma di accogliere un fratello, che è da aiutare nel reinserimento nella sua terra e nel servizio al regno di Dio. Ritengo che, su oltre 220 diocesi che ci sono in Italia, don Giacomo debba tornare proprio qui, perché qui è stato generato alla fede ed è stato ordinato presbitero. Non possiamo chiedere a altri quello che spetta solo a noi fare. 

      Ringrazio coloro che hanno riflettuto sul rientro di don Giacomo in modo garbato e costruttivo, aprendo anche spiragli di dialogo, fuori e dentro le comunità cristiane, su questioni di etica e di morale. Mi auguro di non trovarmi mai a essere il complice di chi commette un reato. Non mi tirerò indietro qualora dovessi denunciare abusi da parte di uomini di chiesa. Qui però la questione è diversa e mi richiede di non tirarmi indietro nel riaccogliere e reintegrare. Termino con una sentenza di un rabbi russo alla fine di un racconto che mi è servito a dare un titolo per queste mie riflessioni: Un discepolo si era macchiato di una grave colpa. Tutti gli altri reagirono con durezza condannandolo. Il maestro, invece, taceva e non reagiva. Uno dei discepoli non seppe trattenersi e sbottò: «Non si può far finta di niente dopo quello che è accaduto! Dio ci ha dato gli occhi». Ma il maestro replicò: «Sì, ma anche le palpebre!». 

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