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      Home » Alberto Calavalle racconta “Urbino com’era”
      Urbino

      Alberto Calavalle racconta “Urbino com’era”

      Francesca BrancatiDi Francesca BrancatiNessun commento3 minuti di lettura
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      Lo scrittore urbinate ha pubblicato un libro in cui ricorda fatti e personaggi  caratteristici della storia  recente della città ma che fanno ormai parte del tempo che fu, rimanendo purtroppo nella memoria di pochi

      Anche ad Urbino il pozzo delle memorie è senza fondo e sono pochissimi i ricordi che affiorano. Ogni tanto qualcuno tenta di calarsi nella fossa, soprattutto quando le tenebre non hanno ancora avvolto personaggi e fatti del nostro passato recente. Ci ha provato Alberto Calavalle, nato in quel di san Bernardino, che ha pubblicato recentemente il libro dal titolo “Urbino com’era” contenente “i ricordi che si aprono nella memoria delle persone più anziane, ogni volta che si ritrovano ad entrare nel centro storico vuoto, quando l’università chiude le porte e gli studenti, nuovi abitanti del centro rientrano alle loro città di provenienza”.

      Zanzéro. Per entrare, Calavalle passava da porta Lavagine e la prima persona che incontrava era il maniscalco soprannominato Zanzéro che “aveva sistemato la sua fucina fuori porta, sotto un arco cieco concepito come sostegno alla rampa di accesso della ripidissima via dei Morti”, dove “dimostrava di trovarsi a suo agio anche d’inverno, quando il vento di tramontana infilava l’arco per il suo verso”. In zona Lavagine c’era “l’osteria di Adelina” che l’autore ricorda essere stata “una tappa obbligata” per i contadini che arrivavano dalle campagne, ma anche un  punto di riferimento per gli urbinati e gli studenti. In “Tragicomiche alla fonte del Leone”, sempre in contrada Lavagine, Calavalle racconta le vicende della fontana, dell’antistante piazzetta, dove c’era anche un pozzo, e dei suoi frequentatori  abituali: residenti che si incontravano per fare quattro chiacchiere, ragazzini che si riunivano per giocare e per fare e subire scherzi, non sempre piacevoli come la costruzione del “bottacc”, una diga in mezzo alla via dove scorreva la neve che si scioglieva, che una volta divenne così grande che la sua rottura rovesciò una valanga d’acqua  travolgendo Bibin il calzolaio che ne ricavò la frattura di una gamba e restò zoppo.

      Zagobello. Il libro contiene 22 racconti di personaggi e vicende che  è meglio lasciare alla curiosità del lettore, ma non si possono non citare due personaggi particolari:”Zagobello” e “il dottore”. Le loro attività erano note a tutti. Urlatore ante litteram, il venerdì Zagobello era solito gridare a perdifiato per informare i cittadini che era arrivata “una barca di pesce”; ma quello non era il suo mestiere. Nella sua bottega, un antro scuro raggiungibile scendendo le scalette del portico, con grosse forbici tagliava a pezzetti i barattoli della conserva di pomodoro con i quali creava dei lumini a petrolio che poi vendeva ai contadini nei giorni di fiera. Gli ultimi mesi dell’anno faceva venire i famosi lunari Barbanera che la gente di campagna attendeva con interesse per conoscere i “capricci del tempo”.

      Il dottore. Si chiamava Renzo De Scrilli e aveva casa ed ambulatorio in via Santa Margherita ma non disdegnava di offrire i suoi servizi anche in piazza dove scendeva tutte le mattine e dove c’era sempre qualcuno ad aspettarlo. Scriveva e poetava in lingua e in dialetto che conosceva molto bene e il suo libro di poesie “Dalla mia finestra” si può godere anche oggi. Ne ha fatto un’artistica edizione la Scuola del Libro nel 1979 con un’introduzione di Carlo Bo.

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