Giovanni, come è nata questa “scintilla”? C’è stato un momento in cui hai capito che questa era la tua strada?
I primi interrogativi e una “sana inquietudine” riguardo al mio futuro sono emersi già durante gli anni del liceo. In quel periodo vivevo intensamente il servizio nella mia comunità parrocchiale di Lucrezia. E’ proprio lì che ho sperimentato la Chiesa come casa, un luogo dove ognuno ha a cuore la vita dell’altro. In quella comunità, abitata da tutte le generazioni, ho iniziato a scoprire che intorno a Gesù si può fare unità. Lui è il vero punto d’incontro. Diverse esperienze, nel tempo, mi hanno spinto ad andare sempre più a fondo in questa domanda che portavo nel cuore. Il momento di svolta — quello in cui ho scelto di prendere sul serio questa intuizione — è stato del tutto inaspettato: il 13 marzo 2013. Mi trovai casualmente in Piazza San Pietro proprio nel giorno dell’elezione di Papa Francesco. La gioia e la commozione profonda che provai in quel momento furono per me l’incoraggiamento definitivo a mettermi in cammino.
Se dovessi scegliere un’unica parola per riassumere la tua vocazione, quale useresti?
Userei la parola relazione. In queste settimane, che precedono l’ordinazione, mi trovo spesso a vivere un tempo di “memoria grata”. Mi accorgo di come il Signore abbia tracciato nella mia vita un filo rosso che oggi tiene uniti tantissimi volti: la mia famiglia, gli amici, i sacerdoti, i compagni di seminario e persino quegli incontri casuali, ma significativi. Ciascuno di loro, spesso anche inconsapevolmente, è stato un tramite: tutti questi volti mi hanno condotto a Gesù e mi hanno permesso di tornare a Lui.
Concretamente, come sogni di stare tra la gente? Che tipo di servizio immagini per la tua comunità?
Sogno di stare tra la gente, prima di tutto, come un uomo disponibile all’ascolto. Se dovessi pensare a un dono da fare alle comunità che incontrerò, vorrei che fosse proprio il mio tempo. Desidero mettere a servizio la mia vita per incontrare le persone, ascoltare le loro storie e camminare insieme, senza fretta. In questo servizio, il mio desiderio più profondo è quello di essere come l’amico dello sposo: una presenza discreta e fedele che non mette al centro se stessa, ma che è capace di indicare sempre Gesù come la vera meta di ogni incontro.
Cosa ti passa per la testa e per il cuore in questi giorni che precedono l’ordinazione?
Vivo questi giorni con una pace profonda e una gratitudine immensa verso chi si sta adoperando per questo momento. In questo tempo di discernimento ho beneficiato di una Chiesa che sa essere madre: una comunità che accoglie, accompagna e sa attendere con pazienza. La gioia più grande nasce dalla consapevolezza che questa festa non sarà solo per me, ma per tutti; sentire che il mio “sì” è parte di una gioia comune mi riempie il cuore.
Se dovessi descrivere la tua amicizia con Dio oggi, che parole useresti?
L’amicizia con il Signore è cambiata insieme a me, purificandosi e maturando. Oggi sperimento con Lui un’intimità profonda: lo sento come Colui che mi ama in tutto, accogliendo sia le parti di me più luminose, sia quelle più ruvide. È un Dio che non si scandalizza del mio peccato o della mia fragilità, ma che è sempre pronto a tendermi la mano. Se dovessi usare un’immagine biblica, sceglierei quella del Padre misericordioso che corre incontro al figlio mentre è ancora lontano, gli si getta al collo e lo bacia.
C’è qualcuno — un santo, un prete incontrato per strada — che ti ha fatto dire “voglio essere come lui”?
Ho riconosciuto in alcuni sacerdoti un amore “rigenerativo” che mi ha sempre affascinato. Tra i santi, porto nel cuore Francesco d’Assisi. Custodisco una frase letta in un libro anni fa che dice: «Quanta dolcezza nel pensare ai miei compagni di fede… mi stupivano perché avevano fiducia in me, povero e ignorantissimo Francesco. Nello stare insieme avevamo trovato la felicità e la forza di sentirci Chiesa» (Io Francesco – Carlo Carretto). Ecco, Francesco mi chiede di vivere proprio così: nella dolcezza, nello stupore e nell’umiltà per sentirsi, insieme, Chiesa.
Spesso si dice che la Chiesa fatichi a parlare ai giovani. Secondo te qual è la lingua giusta da usare oggi?
Uno dei doni più grandi dell’anno è stato “abitare” la scuola. Incontrare ogni settimana trecento giovani è una grazia: guardandoli negli occhi, accolgo domande e silenzi. Loro mi spronano a rendere conto della speranza che ha cambiato la mia vita. Come Chiesa, credo che la lingua da parlare sia quella della prossimità.
Dovremmo andare incontro ai giovani lasciandoci mettere in discussione, senza la pretesa di insegnare a ogni costo, ma lasciando che siano loro a raccontarsi. Il segreto è stare davanti a loro come Gesù davanti ai campi: «Alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura» (Gv 4,35). Avere uno sguardo capace di vedere il bene che già germoglia in loro: umanamente serve il coraggio di lasciare spazio alla loro verità; nella fede, occorre lo sguardo innamorato, compassionevole e misericordioso del Padre.
Cosa diresti a un giovane che sente un “formicolio” dentro ma ha paura di farsi troppe domande?
Gli direi di non aver paura e di affidare questa domanda a qualcuno. Nella mia vita ho scoperto il bene di non camminare solo, ma di lasciarmi guidare da fratelli e sorelle “un passettino più avanti” di me. Loro non mi hanno detto cosa fare, ma mi hanno aiutato a scoprire cosa la vita chiedeva a me. Avere accanto qualcuno che ci aiuta a riconoscere i segni di Dio è ciò che veramente ci libera dalla paura del futuro.


