Da un racconto di Giuseppe Lucarini

Mio padre che non era proprio un Peppone, non faceva apertamente politica, ma comunque faceva sfoggio della sua prestanza fisica non poteva tirarsi indietro. Me li vedo, tutti e due con il naso arrossato, Don Antonio Bernardi con le maniche arrotolate, il bavero slacciato, tutta la gente intorno ad incitarli senza tifare per l’uno o per l’altro, perché contro il prete era meglio non mettersi. E due persone, forse tre, a caricarli con i due quintali di grano. Non era uno spettacolo da perdere, e ne valeva la pena di fermare tutto. Fattori, operai, trattore, presse, donne e ragazzi col bottiglione in mano e il ciambellone o pane e scarmarita o formaggio. Le ganasce ferme per un attimo. E poi la partenza e le urla eccitate, la corsa in avanti.

La conclusione della gara. E il bicchiere di vino finale, alzato in alto, come un saluto al padreterno o alla fortuna, come usava allora anche nelle foto. Poi le urla successive e poi il ritorno alla normalità. Ognuno a riprendere la strada di qualcosa di diverso. La sfida pare l’abbia vinta mio padre, che la forza l’allenava tutti i giorni nei lavori dei campi, mentre Don Antonio al massimo tirava la corda della campana. A Don Antonio piaceva molto condividere la tavola e la vita dei suoi parrocchiani. Il suo cruccio era quello di ricavarsi fra un lavoro e l’altro della campana un gruppo di fedelissimi con i quali portare avanti la Parrocchia. Sapeva che la missione pastorale aveva bisogno di condivisione. Nelle sue lettere al vescovo che anticipavano la visita, raccontava della sua fatica quotidiana nella conquista dei fedeli. Non era facile fare il curato di campagna. Doveva programmare preghiere, novene, feste, riflessioni in mezzo al calendario dei lavori della campagna. Gli uomini avevano dei periodi di lavoro molto intenso ed averli alla sera era difficile.

Di Raimondo Rossi

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