La formazione sociopolitica una sfida intergenerazionale

La formazione sociopolitica: una sfida intergenerazionale

Il direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei interviene sulla scia del “Summer School” proposto in questi giorni a Fano

Riflessione

DI DON BRUNO BIGNAMI*

La formazione sociopolitica non è nella top ten degli indici di gradimento all’interno del mondo cattolico, e sui social non è tra i like più cliccati. Dopo il boom delle “scuole di formazione all’impegno sociale e politico” degli anni ottanta, si sono susseguiti alti e bassi in fatto di presenze e di appeal del modello. Nonostante questi ritmi altalenanti e la fuga dall’impegno politico di buona parte del cattolicesimo italiano, la Chiesa italiana non ha smesso di investire su queste esperienze. In questo inizio di millennio la formazione sociopolitica ha abbandonato in larga parte la modalità “scolastica” per trasformarsi in corso, percorso, itinerario, campo estivo, e perché no anche in “summer school” come l’esperienza di Fano che si tiene dal 14 al 16 luglio sta a dimostrare.

Servizio. Cambiano le modalità, ma rimane intatta la necessità di formare i giovani e gli adulti a un servizio ecclesiale nel campo sociale. Già questa acquisizione non è di poco conto. L’attivismo in politica non corrisponde all’uscita dall’ambito ecclesiale, ma è un modo di vivere la laicità trattando i problemi dell’uomo, come richiamato con forza anche da Papa Francesco, che nell’enciclica “Fratelli Tutti” dedica un intero capitolo alla “migliore politica”. Al di là della retorica ricorrente, per cui “la politica è la più alta forma di carità”, secondo la felice espressione attribuita a Papa Paolo VI, il tema è al centro di un vivace dibattito. Vi è chi ritiene che questa esperienza abbia concluso il suo corso storico, dall’altra parte, invece, c’è chi continua a proporre il formato “scuola” prevalentemente incentrato sui princìpi della dottrina sociale della Chiesa. C’è chi lamenta l’assenza di educazione alla socialità nel nostro tempo, e ci sono realtà che hanno rinunciato a qualsiasi tipo di formazione sociale e politica, quasi che la politica sia “sporca” e da tenere lontana dagli ambienti ecclesiali. In mezzo ci stanno numerosi e fecondi tentativi, come è ben documentato nel recente libro “Aprire percorsi. Per un impegno da giovani credenti in politica” della Fondazione Giuseppe Lazzati e curato da Walter Magnoni, Mario Picozzi e Alberto Ratti (edizioni In dialogo 2020). Tentativi ancor più meritori perché fanno emergere la fantasia dello Spirito e il desiderio di non rassegnarsi alla mediocrità.

 

Divisioni. In questa stagione ecclesiale due questioni rimangono fondamentali, dal momento che rafforzano la necessità di percorsi di formazione sociopolitica. La prima è il superamento delle divisioni nel mondo cattolico italiano. Ci si etichetta a seconda delle provenienze e delle collocazioni politiche tra cattolici liberali, democratici, intransigenti e sociali. Il problema nasce quando l’aggettivo diventa più importante del nome. Ne fa testo la spaccatura nella comunità cristiana tra fedeli che, pur partecipando alla stessa eucarestia, non si salutano perché posizionati in schieramenti politici contrapposti. Per uscire dalle secche di un cattolicesimo afasico sui temi sociali, politici ed economici, pur di evitare ogni appartenenza, serve un supplemento di spiritualità. Non l’appartenenza ma la qualità del servizio sociopolitico fa davvero la differenza. Prima della collocazione nello scaffale politico è più importante la profondità e il radicamento culturale e spirituale. L’urgenza è quella di tornare a percorrere le strade del senso e del bene comune per vivere una cittadinanza attiva. Questa consapevolezza non si improvvisa, ma si forma.

Giovani. La seconda attenzione riguarda i giovani. Come scrive Papa Francesco nella Christus Vivitquando uno scopre che Dio lo chiama a qualcosa, che è fatto per questo – può essere l’infermieristica, la falegnameria, la comunicazione, l’ingegneria, l’insegnamento, l’arte o qualsiasi lavoro – allora sarà capace di far sbocciare le sue migliori capacità di sacrificio, generosità e dedizione”. Un giovane ha bisogno di scoprire non solo chi è, ma “per chi è”. Nello spendersi trova risposte agli interrogativi profondi della vita. Allora si capisce che la sfida da giocare è a livello intergenerazionale. Un investimento sui giovani è un segno che il vento dello Spirito sta soffiando sulla Chiesa e sul mondo. I giovani offrono sguardi nuovi. Correre il rischio di camminare con loro significa liberarsi delle vecchie impostazioni per adottare uno stile che fa crescere, affianca, offre strumenti, accompagna senza pretendere di occupare gli spazi con le proprie precomprensioni. È un modo per realizzare il principio secondo cui “il tempo è superiore allo spazio” (Eg. 222). Per questo ben vengano summer school socio politiche come quella di Fano dedicata ai giovani

*DIRETTORE UFFICIO PSL DELLA CEI

 

 

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