Messaggio dell’Arcivescovo per San Terenzio

«S. Terenzio ci parla di un tempo che chiede speranza»

L’Arcivescovo monsignor Piero Coccia indica le linee guida per il nuovo Anno Pastorale nella solennità del Patrono festeggiato tra misure di sicurezza anticovid e senza processione in centro

 

Omelia

DI S. E. MONS. PIERO COCCIA*

 

In un tempo particolare, in cui è ancora il Corona virus a condizionare le nostre esistenze costringendoci a necessarie limitazioni, la festa di San Terenzio, Patrono della nostra città, viene celebrata inevitabilmente in forma inedita. Non abbiamo fatto la tradizionale processione lungo le vie del centro, più contenuta necessariamente è la presenza dei fedeli e più sobria la celebrazione nel suo insieme. Ma l’essenza della festività di San Terenzio che attraversando la storia continua a giungere fino a noi e che costituisce le radici profonde della Chiesa pesarese, non muta. Anzi si rivela più che mai attuale ed incisiva per i tempi che viviamo. Tempi che chiedono speranza. La realtà dei nostri giorni, per tanti aspetti così drammatica e implacabile, sta mettendo a dura prova la ragionevolezza della speranza che per natura anima ogni uomo e ogni donna. Una speranza che, come tutti comprendiamo, non può identificarsi con l’ottimismo a tutti i costi, fragile e destinato, prima o poi, a infrangersi. La nostra comunità ha dato e sta dando prova, per grazia, che la speranza fondata sul Cristo Risorto e di cui San Terenzio ci dà testimonianza, ha una solida consistenza e genera persone che, senza essere eroi, si mostrano forti nell’affrontare situazioni problematiche come quelle della pandemia. Questo è quanto abbiamo vissuto nei mesi scorsi e quanto stiamo vivendo in questi giorni.

 

Città. Ma andiamo oltre le costatazioni e chiediamoci: in tempo di pandemia, cosa il Signore sta chiedendo alla nostra chiesa di Pesaro? La risposta la troviamo nella parola di Dio ora proclamata. A noi chiesa di Pesaro, particolarmente colpita dal virus con tutte le note conseguenze, è chiesto di continuare a celebrare, annunciare e testimoniare il mistero del Cristo. Per questa missione siamo stati chiamati, consacrati e inviati come ci dice la liturgia. Il testo di Isaia (61, 1-3) risuona nel nostro cuore ricordandoci che il Signore ci ha consacrati con l’unzione e ci ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati. Anche quelli frantumati dal Coronavirus. San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi (5, 14-20) ci dà la ragione della nostra missione: la risurrezione del Cristo, precisando che se uno è in Cristo (e noi lo siamo) è una creatura nuova perché le cose vecchie sono passate e ne sono nate di nuove. In un tempo dominato dalla morte in tutte le sue declinazioni, siamo chiamati ad essere fermenti di vita, di novità per rigenerare cuori, persone, ambienti e situazioni. Nel vangelo di Giovanni (15, 9-17) Gesù evidenzia che lui ci ha scelto e ci ha costituiti per andare e portare frutto. Un frutto collocato nel tempo del nostro vissuto, fatto di amore e di speranza operativa. Chiara dunque la parola del Signore rivolta a noi chiesa di Pesaro. È un invito ad annunciare il mistero del Cristo fino in fondo, anche in questa particolare stagione che ha colpito il mondo intero, il nostro territorio e la nostra chiesa. Per questo siamo stati scelti, consacrati e inviati. Pertanto non possiamo essere sopraffatti dalle contingenze storiche con tutte le loro problematicità. Avendo incontrato il Cristo non conosciamo più nessuno secondo la carne e cioè assorbiti dalla logica puramente umana. Le cose vecchie sono passate e ne stanno nascendo delle nuove. Dio ci ha riconciliato con Sé mediante il Cristo ed ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Ministero che la chiesa di Pesaro vive sempre, anche in questo tempo particolare. È con questa ferma convinzione che ci accingiamo a dare inizio al Nuovo Anno pastorale. Un anno che ci impone almeno tre riflessioni accompagnate da attenzioni operative: la maturazione, la condivisione, la conversione.

 

Maturazione. Parto dalla prima. La maturazione della nostra fede. I mesi che abbiamo vissuto ci hanno fatto toccare con mano la vulnerabilità e la fragilità della vita umana. Il coronavirus ha demolito tanti miti, a cominciare da quello della nostra onnipotenza. Ci siamo scoperti deboli e segnati fortemente dall’esperienza del limite, nonostante i risultati della scienza e della tecnica. Ci siamo convinti che ci sono delle barriere insuperabili tra cui quelle della malattia e della morte. Questa presa d’atto ci ha sollecitato però a vivere sempre più profondamente e convintamente la fede nel mistero del Cristo, nel quale trova il suo pieno compimento tutta l’esperienza umana. La stagione che stiamo vivendo ci sta aiutando a riscoprire l’essenzialità e la necessità della fede.  Da ciò scaturisce la coscienza del dono che il Signore ci ha fatto, come pure del compito di portare a maturazione un’esperienza che ha dello straordinario. In un’epoca di complessità, di diversificazione, di frantumazione e di confusione, ci riconosciamo comunità che nel mistero del Cristo trova risposta alle domande che assalgono le nostre esistenze. Il che non è poco. A ben vedere il coronavirus ha favorito e sta favorendo il processo di maturazione della nostra fede.

 

Condivisione. La comunione in Cristo che genera quella con i fratelli, non può anzitutto farci dimenticare tante famiglie colpite dal dolore, della malattia e della morte. Esse attendono dalla nostra comunità vicinanza ed il conforto della speranza. Ma la nostra chiesa è anche cosciente che tante persone sono in gravi difficoltà economiche dovute alla perdita del lavoro o al venir meno di risorse su cui, fino a poco tempo fa, potevano contare. Occorre guardarci intorno e cogliere i segni di una situazione socio-economica profondamente mutata e che ha colpito anche il nostro territorio. Ne sa qualcosa la nostra Caritas diocesana. Da qui nasce un preciso impegno di fattiva prossimità da parte della nostra comunità ecclesiale. Inoltre la nostra chiesa non può non registrare un altro fenomeno che con il coronavirus si è maggiormente evidenziato: quello della solitudine, specie delle persone anziane o malate. In non pochi casi questa solitudine si manifesta in varie forme di disagio che a volte generano pessimismo, sfiducia e desolazione. Il coronavirus ha messo a nudo anche questa realtà e noi come chiesa non possiamo dimenticare che siamo chiamati a portare il lieto annuncio ai poveri e a fasciare le piaghe dei cuori spezzati: quelle dei nostri giorni.

 

Conversione pastorale. E’ un dato che il coronavirus ha fatto saltare precisi e collaudati schemi riguardanti la prassi della vita della chiesa, dalla liturgia alla catechesi, dalla carità a tante altre esperienze ecclesiali. Siamo stati “costretti” ad elaborare nuove forme di presenza, nuove proposte pastorali, nuovi metodi, nuovi linguaggi compresi quelli dei social. In questo processo di conversione vanno incluse anche quelle esperienze ecclesiali innovative e di cui la nostra chiesa particolare si sta facendo carico. Faccio esplicito riferimento al frequente cambio di parroci in questi ultimi tempi, alla costituzione delle Unità pastorali, alla presenza tra di noi di sacerdoti provenienti da chiese sorelle che ci fanno toccare con mano l’universalità della chiesa. Mi riferisco ancora alla corresponsabilizzazione dei laici come pure allo sviluppo delle ministerialità. In questa prospettiva come chiesa particolare stiamo lavorando e dobbiamo continuare a lavorare, perché siamo coscienti che il futuro si costruisce e non si subisce.

 

Auspicio. Cari fedeli, sacerdoti, diaconi, religiose e religiosi, collaboratori pastorali, riprendiamo il nostro cammino con forte slancio, con intrepida fiducia e con la ferma convinzione di quanto San Paolo ci ricorda nella lettera ai Romani “Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8, 28). Il pellegrinaggio che come chiesa delle Marche siamo invitati a fare domenica 4 ottobre ad Assisi per l’offerta dell’olio che alimenterà per l’intero anno la lampada sulla tomba di S. Francesco, ci richiami alla missione di essere anche noi, come il Serafico Padre, luce che rischiara le tenebre dei nostri giorni e i cuori dei nostri contemporanei. San Terenzio, benedica e protegga la città di Pesaro e interceda per noi affinché la nostra chiesa locale continui a rinnovarsi e possa così portare il suo prezioso contributo alla società civile, educando i giovani alla speranza, alimentando un clima di fiducia nel futuro, mostrando vicinanza ai fratelli che vivono le nuove fragilità. Insieme a San Terenzio, la Vergine delle Grazie accompagni il nostro cammino proiettato al futuro con decisione e determinazione. Sia lodato Gesù Cristo.

* Omelia in occasione della festa di San Terenzio Vescovo e Martire, Patrono dell’Arcidiocesi. Pesaro, Cattedrale – Basilica, 24 settembre 2020

 

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