L’eloquenza della santità

“La missione della Chiesa in una società sempre più multiculturale è quella di rendere il Vangelo accessibile a tutti. Le persone hanno bisogno di ricevere il messaggio di Cristo in una forma che faccia prendere vita a questo annuncio”. Ha esordito così il Vescovo Armando, venerdì 10 luglio nella Basilica di San Paterniano, nell’omelia della concelebrazione eucaristica alla quale hanno partecipato autorità civili e militari in occasione della Solennità di San Paterniano, patrono della città di Fano e della Diocesi.

Limite e fragilità. Il Vescovo si è poi soffermato su questo tempo così difficile e delicato, su quello che ci ha fatto sperimentare, primo fra tutti l’esperienza del limite e della fragilità. “Il limite è ineludibile perché è la misura della nostra povertà e fragilità. Siamo poveri, non solo quando non abbiamo niente né quando quello che abbiamo non ci basta, ma quando ci rendiamo conto di non avere in mano la nostra esistenza e di dover accettare che essa sia nelle mani di altri che non ci conoscono, che non sanno i nostri problemi, non tengono conto della nostra realtà. C’è poi il limite radicale della nostra esistenza, la morte che possiamo chiamare con altri eufemismi ma che è la morte, quella che in questi giorni abbiamo visto nelle file di bare in attesa di essere trasportate al crematorio”.

Cambiare registro. Ha posto poi l’accento su un cambio di registro che ci pone interrogativi su ciò che ci circonda e non solo. “Forse  – ha sottolineato il Vescovo Armando – il cambiamento che tutti sentono necessario sarà ritrovare l’umanità, come caratteristica dell’essere umano, ritrovare noi stessi, liberi dalle incrostazioni lasciate dalla cultura attuale centrata sul produrre e consumare, sull’apparire e il non-essere, la cultura dell’avere e del potere”.

Ferite del mondo. Nell’omelia il Vescovo ha voluto porre l’accento sul vedere e toccare le ferite del mondo. “Non dobbiamo fuggire dalle ferite del mondo, né voltare le spalle ad esse; dobbiamo almeno vederle, toccarle e lasciarci coinvolgere. Se rimango indifferente, non coinvolto, non ferito, come posso dichiarare la mia fede e il mio “amore a Dio che non ho visto”? Non ho il diritto di proclamare la fede in Dio se non prendo sul serio la sofferenza del mio prossimo. L’amore rappresenta una forza, l’unica  forza che sopravvive alla stessa morte e che travolge le sue porte con le mani perforate. Essere un credente  – ha affermato – non implica sbarazzarsi del peso dei problemi angosciosi. A volte significa prendersi la croce dei dubbi e seguirlo fedelmente. La certezza della fede viene solo quando l’uomo tocca Dio toccando le ferite del mondo – solo lì lo si incontra. L’uomo coperto di ferite esprime una profonda verità circa l’essere umano e il suo destino. L’uomo non è niente. Cosa sappiamo dell’uomo finché evitiamo la possibilità di guardare senza illusioni ai limiti assoluti del suo destino, se non indaghiamo le profondità e distogliamo lo sguardo dall’abisso? Io non credo in “fedi senza ferite” in una chiesa senza ferite, in un Dio senza ferite. Solo il Dio ferito, attraverso la nostra fede ferita, potrebbe guarire il nostro mondo ferito”.

 

Il testo integrale dell’omelia del Vescovo è on line sul sito www.fanodiocesi.it

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