Enrico Foglietta e la sua nuova partita

Enrico Foglietta e la sua nuova partita

“Foglia vive”. Foglia è il soprannome con cui gli amici chiamavano Enrico Foglietta. Questa scritta campeggiava nel campo da calcio dove è stata celebrata la liturgia funebre del loro amico. Ci aspettavamo la partecipazione di molta gente, ma non così. Soprattutto i giovani erano un numero sorprendente: non solo i ‘giovanissimi’ dei paesi vicini a Borgo Santa Maria che con Enrico hanno fatto campi-scuola e percorsi ‘dopo-cresima’, ma anche quelli delle squadre dove lui aveva giocato, lasciando il segno della ‘passione’ che metteva nel calcio; ma anche nelle amicizie costruite fuori del campo. Tanta partecipazione può spiegarsi solo con il coinvolgimento emotivo che accompagna la morte di un sedicenne pieno di vita? Per il rapporto intenso che, grazie a Dio, ho potuto avere con lui e la sua famiglia, propendo a pensare che c’è qualcosa di più. Sto indagando come mai aveva lasciato un segno così forte nelle persone che aveva incontrato, e nella comunità dove ha vissuto con i suoi. Confido che il tempo renderà il mio sguardo meno turbato. Intanto provo a condividere qualcosa di quanto è emerso nella veglia di preghiera, organizzata in collaborazione con gli animatori del suo gruppo. Solo alcuni flash di fenomeni insoliti in un sedicenne.

Commentando le parole rivolte da Gesù a Maria sotto la croce: “Donna ecco tuo figlio” e al discepolo “Ecco tua madre”, ho ricordato ai numerosi presenti i racconti che mi faceva la madre: da quando, in un momento di prova ho proposto ad Enrico di dire un’Ave Maria coi genitori, anche nei momenti più duri dell’ospedale cercava la mano della madre per dire l’Ave Maria. E chiedeva che gli mettessero al collo la ‘collana’ (così chiamava la corona del rosario). Anche il saluto di tutto il gruppo due ora prima che morisse è stato uno solo: l’Ave Maria. Ora è facile pensarlo sotto il suo manto amorevole. A commento della parola: “Chi mangia questo pane vivrà in eterno”, ho raccontato quello che era successo in casa la domenica prima che Enrico ci lasciasse. I parenti hanno desiderato che scendesse su Enrico la benedizione di Dio tramite il segno dell’olio benedetto; poi dopo aver ascoltato la Parola e pregato il Padre Nostro, ho iniziato a distribuire la comunione ai presenti. Enrico ha fatto il segno alla madre che la voleva anche lui, ma ormai non riusciva a deglutire nulla. Allora intervenne il padre: “Tu non puoi, la prendo io per te”. Fin dove arriva la ‘comunione’ tra padre e figlio. Dopo aver ascoltato quello che Gesù ha detto nella casa del capo della sinagoga e della gente in lutto per la morte della figlia: “Andate via! La fanciulla non è morta ma dorme”, ho ricordato quello che ha detto il fratello al padre: “Babbo Enrico sembra che dorme e ride”. Sono andato a vedere anche io. Mi si è stampato nell’anima quel volto atteggiato al sorriso.

Ma ciò che mi ha colpito di più è stato il volto della madre accostato a quello del figlio morto: anche lei dormiva. Fin dove arriva la ‘comunione’ madre e figli: profezia dell’attesa fiduciosa del risveglio finale. E mi è venuta spontaneo di ripetere la preghiera che la liturgia ci fa dire nelle esequie: «Signore, concedi al nostro fratello che si è addormentato in Cristo, di risvegliarsi con Lui nella gioia della risurrezione». E ho continuato: «Se non è nei tuoi disegni di ‘prendere per mano’ anche questo ragazzo e rialzarlo, dona a questa madre di percepire che questo sonno non è eterno». Ciò che abbiamo vissuto il giorno dopo al campo da calcio è stato una celebrazione pasquale, che ci invitava a vivere la nostra vita come partecipazione alla Pasqua di Gesù, cioè al suo ‘passaggio’ dalla morte alla vita. Guardando tutti quei giovani appassionati di calcio, mi è venuto spontaneo di vedere il gioco del calcio come una metafora della vita. “Foglia” in campo ha dato testimonianza di grande passione per il calcio, come per la vita; “Foglia” in campo ha testimoniato che la partita non si vince da soli, ma ogni membro della squadra è importante nel gioco come nella vita; soprattutto “Foglia” ci ha fatto capire che per vincere bisogna buttare la palla in “porta”. Anche la “porta” è divenuta una immagine della vita del “Foglia” che fa il goal finale, e attraverso la “porta”, passa alla vita eterna. Ecco il senso della frase all’ingresso del campo: “Foglia vive”: non lo vediamo più perché ha fatto goal ed è passato dentro e oltre la “porta”. Ma continua ad essere vivo tra noi e, come prima e più di prima, anima la partita della vita, perché tutti facciamo goal e festeggiamo la vittoria finale.

Don Giorgio Paolini – parroco di Borgo Santa Maria (Pesaro) 

 

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