Quali lezioni per il futuro?

Attualità
di Emanuele Lorenzetti*

Negli ultimi anni si è registrato un crescente fenomeno dei sequestri di persona in aree di crisi. Per dare un’idea del fenomeno basti ricordare che dal 2001 ad oggi sono 65 gli italiani sequestrati, di cui 19 erano operatori umanitari. L’ultimo di questi è il caso Silvia Romano, che operava in Kenya per l’Onlus Africa Milele di Fano. I motivi possono essere vari, ma certamente al centro vi è la pervasività del terrorismo internazionale di matrice islamista verso l’Occidente, che ha avuto una pericolosa accelerata dall’11 settembre 2001, mettendo altresì in evidenza l’urgenza da parte degli stati di investire nella sicurezza.

ONG. Mentre i fondi statali destinati alla Difesa sono negli anni aumentati, il terzo settore, le aziende e le ONG faticano ancora a comprendere l’importanza e il dovere di investire nella gestione securitaria dell’organizzazione per i propri dipendenti e, nel caso di un ente associativo no profit, di volontari. In gergo si parla di security risk management, ovvero si tratta di garantire tutte le misure di sicurezza allorquando si interviene con propri operatori in luoghi di instabilità sociale. È la ragione per la quale l’Onlus cui apparteneva la Romano è ora oggetto di indagini da parte della magistratura. Sul caso si è elevata una grande discussione pubblica, quindi è bene fare chiarezza fin da subito, affermando che il fine dell’operazione condotta dall’AISE e dall’Unità di crisi della Farnesina è nobilissimo e su cui non è ammissibile alcun giudizio. Salvare la vita umana di una concittadina è dovere dello Stato.

Perplessità. È lecito, tuttavia, sottolineare qualche perplessità sull’approccio metodologico che sembrerebbe essere stato scelto dall’autorità politica di governo, cioè su come è stato raggiunto il fine. Ebbene il governo pare che abbia provveduto alla liberazione dell’ostaggio mediante pagamento del riscatto, che, se fosse vero, confermerebbe per l’ennesima volta l’indirizzo italiano. Il punto è che tale pratica viene considerata illecita e pericolosa. Illecita perché il diritto internazionale, a seguito di interventi normativi, esclude ogni forma di finanziamento del terrorismo in forza della Convenzione di New York del 1979 e delle risoluzioni n.2161 e 2170 del Consiglio di Sicurezza ONU. Sul piano nazionale il quadro normativo di riferimento è l’art.28 del D.lgs. 81/2008 per cui il datore di lavoro deve considerare tutti i rischi di security nel c.d. Documento di Valutazione dei Rischi (DVR); e questo dovere di protezione spetta anche ai responsabili delle Onlus. Ma un’analisi politologica si spinge oltre, considerando la pratica del pagamento del riscatto pericolosa perché, oltre a contribuire all’economia del terrorismo, crea nell’immaginario della galassia terroristica un ragionamento per cui conviene fare leva sul sequestro di persona, certi di un consistente ritorno economico tramite cui arricchirsi.

Cooperazione. Cosa imparare dal caso Romano? È necessaria una maggiore cooperazione tra mondo pubblico e privato nella gestione della sicurezza. Da una parte, lo stato moderno democratico deve investire in politiche di prevenzione che sottendono ad un trade-off tra tutela delle libertà civili e tutela della sicurezza, dall’altra parte il privato deve dotarsi di nuove modalità gestionali ed organizzative di security, a partire dal preventivo controllo di tutti i rischi delle aree ove si intende inviare i propri operatori.

*Fondazione De Gasperi di Roma

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