In principio fu zona gialla

In principio fu zona gialla

L’EDITORIALE DI ROBERTO MAZZOLI

In principio fu zona gialla, poi arancione e infine si accese il semaforo rosso del lockdown per tutti. A fine febbraio l’imperativo, per alcuni dei nostri politici, non era tanto il contenimento dell’epidemia, quanto cercare di contenere il giudizio negativo degli altri. Occorreva anzitutto salvare l’immagine: il buon nome del territorio, la sua appetibilità turistica, l’economia… Così abbiamo assistito ad una propaganda rassicurante ma irresponsabile. Nessuno voleva indossare quel vestito rosso da untore né la mascherina dell’appestato. Più che sanitaria l’emergenza all’inizio è stata politica e qualcuno è caduto nell’errore di sottovalutare un’epidemia nel suo momento cruciale. Eppure la saggezza di un governante – come già ricordava Machiavelli – sta proprio nell’abilità di saper valutare, e non sottovalutare. Poi in qualche modo il lockdown ha ridistribuito le carte facendo prevalere il vecchio adagio: “mal comune mezzo gaudio”. Sappiamo però che in Italia le cose non sono state per tutti uguali. E così ora che si avvicina la cosiddetta “Fase 2”, la politica sembra nuovamente intimorita dal colore del semaforo, come se la lezione di un paio di mesi fa fosse servita a nulla o quasi. Ecco perché molti non hanno gradito le stime dell’Osservatorio nazionale della salute che indicano Lombardia e Marche (Pesaro in particolare) come le ultime regioni a raggiungere il traguardo dell’azzeramento dei nuovi casi di positività al Coronavirus. Si teme ancora una volta un danno d’immagine. Difficile dire se i calcoli degli esperti siano corretti. Di certo sappiamo che la sottovalutazione stavolta non sarebbe più solo un errore.

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