Niente panico ma neppure facilonerie

Niente panico ma neppure facilonerie

L’EDITORIALE DI ROBERTO MAZZOLI

 

 

Alla fine anche la provincia di Pesaro e Urbino è rientrata nella cosiddetta zona gialla (ed oggi l’intera Italia), ovvero quell’area del Paese a maggior rischio di diffusione del Coronavirus composta da: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna. Ci si è arrivati dopo un lungo braccio di ferro tra la Regione Marche ed il Governo, entrato in rotta di collisione con il presidente Luca Ceriscioli. Dapprima la telefonata del premier Giuseppe Conte durante la conferenza stampa di lunedì 23 febbraio al palazzo della Regione. Poi l’intervento del Tar che sospendeva l’ordinanza (la numero 1) con la quale le Marche chiudevano le scuole fino al 4 marzo.

«Lo Stato c’è e si fa rispettare», aveva affermato il ministro degli Affari regionali contro il suo compagno di partito Ceriscioli che, per tutta risposta scriveva una seconda ordinanza con la quale fermava nuovamente tutte le manifestazioni pubbliche e le scuole fino alla mezzanotte di sabato 29 febbraio in attesa del Decreto del Presidente del Consiglio che ha poi definitivamente inserito la provincia pesarese tra le zone gialle. Dunque di nuovo tutto fermo fino a domenica 8 marzo ma solo nel nord delle Marche.

In molti da lontano hanno criticato le decisioni di Ceriscioli che però ha sempre sostenuto di aver ascoltato i tecnici della Regione e di voler tutelare la salute dei marchigiani. Contro di lui il suo stesso partito (Pd) a cominciare dai vertici romani: Zingaretti e Boccia su tutti. E, a livello locale, anche il sindaco di Pesaro Matteo Ricci che, a più riprese, è intervenuto con messaggi video e comunicati in cui manifestava la sua netta contrarietà alla linea di Ceriscioli. Nella conferenza stampa del 28 febbraio il primo cittadino di Pesaro annunciava con certezza la riapertura delle scuole e di tutte le attività pubbliche da lunedì 2 marzo, nonostante il contagio di uno studente del liceo “Marconi” e la preoccupazione anche dei tanti studenti disabili e con patologie immunologiche.

La maggioranza dei pesaresi, in un confronto che si è giocato soprattutto sui social, ha sostenuto la linea del governatore marchigiano mostrando di non comprendere le ragioni del sindaco, fino a manifestare il totale disaccordo nei confronti della campagna “Basta panico”. Questa in soldoni la voce della gente.

Ai più appariva evidente la necessità di chiudere le scuole per la ben nota continuità sociale di quest’area con la Romagna. «Solo chi non conosce questo territorio può sottovalutare la situazione», ripetevano in coro soprattutto insegnanti e famiglie. E di lì a poco i fatti hanno purtroppo dato ragione ai consulenti scientifici della Regione Marche. Dopo il caso del liceo “Marconi”, che ha messo in quarantena compagni di classe e rispettive famiglie del ragazzo contagiato, in altre scuole della provincia sono spuntati casi analoghi. Al momento in cui scriviamo sono due i decessi, una decina le persone in terapia intensiva, oltre 60 i contagi e centinaia di persone in isolamento domiciliare. Quasi tutti nel pesarese. Nessun allarme certo, ma questi sono i numeri di un territorio, fino all’altro ieri criticato per le sue scelte di prevenzione. Alla fine lo stesso Istituto Superiore della Sanità ha consigliato al Governo il dietrofront, e la provincia di Pesaro è stata equiparata alle regioni dei nord.

Resta la delusione di vedere le scuole “usate” per propaganda; il nostro non vuole essere un richiamo polemico ma un invito ai politici ad accantonare personalismi ascoltando la voce della comunità scientifica. Come quella del virologo Roberto Burioni che, intervistato dal “Carlino Pesaro” lo scorso 28 febbraio affermava: «Ho approvato Ceriscioli perché se le scuole fossero aperte, gli studenti potrebbero trasmettere il virus ad altri ragazzi e questi portarla a casa da genitori e nonni. Facciamo un sacrificio in più per qualche settimana. Non dobbiamo farci prendere dal panico e nemmeno fare i faciloni».

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