Aprite le porte alla vita

In occasione della 42esima Giornata per la Vita che quest’anno ha avuto come tema “Aprite le porte alla vita” nella nostra Diocesi sono state celebrate le veglie di preghiera per la vita a Cagli nella chiesa di San Pietro, a Fossombrone nella chiesa di Sant’Agostino, a Barchi nella chiesa della SS. Resurrezione e a Fano nella parrocchia Gran Madre di Dio. Un momento organizzato dall’Ufficio Diocesano di Pastorale Familiare in collaborazione con l’Associazione Consultorio La Famiglia, il Centro di Aiuto alla Vita di Fano e il Movimento per la Vita di Fano, una testimonianza viva, presente e ricca di speranza.

Ospitalità della vita. “L’ospitalità della vita – si legge nel Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente in occasione proprio della Giornata per la Vita –  è una legge fondamentale: siamo stati ospitati per imparare ad ospitare. Ogni situazione che incontriamo ci confronta con una differenza che va riconosciuta e valorizzata, non eliminata, anche se può scompaginare i nostri equilibri. È questa l’unica via attraverso cui, dal seme che muore, possono nascere e maturare i frutti. È l’unica via perché la uguale dignità di ogni persona possa essere rispettata e promossa, anche là dove si manifesta più vulnerabile e fragile. Qui infatti emerge con chiarezza che non è possibile vivere se non riconoscendoci affidati gli uni agli altri. Il frutto del Vangelo è la fraternità”.

Vita. “La parola vita – ha sottolineato don Francesco Pierpaoli Vicario per la Pastorale nell’introdurre la Veglia – unisce tutte le esperienze. Nessuno contro nessuno. La vita è vita sempre per tutti. Voglio introdurvi alla preghiera con le parole di speranza che Liliana Segre al Parlamento Europeo “Durante la marcia della morte un evento di cui spesso non si parla, i nazisti eliminarono gran parte dei deportati, tra i quali molti ebrei, ma anche persone d’origine rom, prigionieri di guerra, omosessuali. Una gamba davanti all’altra proseguivano senza la possibilità di appoggiarsi gli uni agli altri, mangiando la neve dove non era sporca di sangue, essendo tutti pazzamente attaccati alla vita”. Vogliamo elevare – ha proseguito don Francesco Pierpaoli – questa sua esperienza a cammino per il futuro, per i giovani, per una forza da ritrovare. Ricordare la nostra vita, fare memoria della nostra vita, per apprezzarla con tutte le persone che si sono presi cura di noi, si sono presi cura del nostro corpo. Vogliamo gettare un ponte tra la cura che altri hanno avuto verso di noi e la cura che ognuno di noi deve poter offrire all’altro”.

 

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