Missionari pesaresi in Uganda

Reportage/2

DI VALENTINO PRETELLI

 

Il miracolo nelle

baraccopoli di Katwe

Nei sobborghi di Kampala, capitale dell’Uganda, l’acqua grigia delle fogne è diventata un piccolo fiume con ai lati una discarica di plastica piena di topi e trappole per topi che qui si vendono e si mangiano

 

Nelle scorse settimane operatori e volontari delle sedi italiane di Africa Mission si sono ritrovati nella cittadina di Moroto, in Uganda, dove si è tenuta una celebrazione in memoria di don Vittorio Pastori (don Vittorione), nel venticinquesimo anniversario della morte. Tra i tanti erano presenti anche due missionari laici di Pesaro: Giovanni Paci, tra i fondatori di Africa Mission Pesaro e Valentino Pretelli biologo di Montecchio. Riportiamo a seguire un piccolo reportage realizzato per Il Nuovo Amico.

 

Dopo la visita ai campi profughi di Nyumanzi, distretto di Adjumani, torniamo a Kampala, alla nostra sede, la sede del Movimento Africa Mission-Cooperazione e Sviluppo che da quasi 50 anni opera in questo paese. Il 27 novembre ripartiamo per Katwe che è uno slum (baraccopoli) di Kampala, capitale dell’Uganda, città che conta 3/4 milioni di abitanti (ma qui niente è certo). Invece è certo che questo è il “peggior slum di Kampala”… parola di Giorgio Lappo, il nostro responsabile paese, in Uganda da 10 anni. Katwe è lo slum dei karimojong che dal Karamoja (regione arida, spinosa del Nord-Est Uganda, la più povera di un paese povero) fuggono verso Kampala in cerca di fortuna. Una fortuna che non trovano e quindi si rifugiano qui in mezzo a tanti della loro etnia che la “fuga” l’hanno tentata prima di loro. Migliaia ma alla sera raddoppiano e arrivano anche a 200mila, ma nulla è certo qui, dice Giorgio. Dopo un’ora nel traffico incredibile di Kampala, l’autista ferma l’auto sul ciglio di una strada rossa, che dà su una piccola valle. Un dosso, una piccola salita nasconde la realtà che poi appare ai nostri occhi, improvvisa appena ci affacciamo sulla vallata. Un dedalo di viuzze, strette, tra file di baracche divise solo dalle fogne a cielo aperto, la cui acqua grigia porta in fondo di tutto. Ma anche qui ci sono i privilegiati – osservo – quelli che stanno più in alto. Scendiamo ed è pieno di gente: tanti bambini, ragazzi, donne, anziani non anziani…tutti insieme. Sani e malati o forse tutti malati… Salutano, ti seguono, ti stringono mani, scacciano le mosche, sorridono e ti chiamano “muzungu” (umo bianco in lingua Swahili).

Non ho gran piacere a descrivere cosa vedono i miei, i nostri occhi. Non si ha il coraggio di fotografare, ma gli occhi vedono tutto e non si può facilmente dimenticare. Dopo un po’ vediamo il fondo della valle, l’acqua grigia delle fogne è diventata un piccolo fiume con ai lati una discarica di plastica piena di topi e trappole per topi. Ecco un loro mestiere: produzione e vendita di trappole per topi che poi vendono e mangiano. Alcune trappole hanno dentro dei bei topi, quasi grassi. Ne acquisto una appena finita, in fil di ferro, un’opera d’arte. Al di là di questo fiume-discarica (dove bambini ed animali rovistano e mangiano), a duecento metri di distanza non di più, si stagliano alti, belli, bianchi, azzurri, lucenti i migliori grattaceli di Kampala, una città moderna, che mostra ora anche il volto della ricchezza. Alla tristezza si aggiunge la rabbia. “Non si può. Non si può”. Molti di noi (siamo in sei) non parlano, stringono solo le mani. Mimi di Procida, 82 anni, piange ed invoca Gesù Cristo “perché venga in aiuto di questi sventurati” dice. “Qui non è povertà…è miseria umana”, dice.

Poi risaliamo e vedo un grosso biliardo all’aperto! Qui piove quasi sempre di pomeriggio a Kampala. Attorno ci sono dei ragazzi che ci vengono incontro, Richard che li guida, conosce don Sandro De Angeli, missionario di Urbino che è con noi ed i nostri di Africa Mission che ogni tanto portano qui viveri e quant’altro. Ci invitano a seguirli. Altro dedalo di viuzze, dove se non avessi la guida servirebbe il filo di Arianna per ritrovarsi. Sbuchiamo in uno spiazzo, contro un muro, terra rossa pianeggiante. È la loro palestra dice Richard. C’è scritto su un muro “Acrobatc Boys”. Ci sono 7 seggiole di plastica. Sono per noi, per i bianchi. C’è anche Robert un texano che abbiamo trovato qui. Dice che non fa nulla, sta solo qui da un mese. Comincia lo spettacolo dei piccoli: sono bravissimi e sembra che volino. Poi dopo 10 minuti inizia a piovere a dirotto. Noi in una baracca, la loro sede, al riparo. Dopo mezz’ora poco più smette di diluviare e riprendono lo spettacolo. Dopo i piccoli si esibiscono le ragazze (dai 13 ai 18 anni), giovanissime, eleganti, bravissime, spettacolari. Arrivano poi i giovani (dai 15 ai 20 anni), alti, snelli, muscoli ovunque, fenomenali, niente da invidiare ai nostri migliori artisti circensi. Piramidi umane, piroette, salti mortali etc… Così bagnati, sudati, nudi sopra, una tuta leggera sotto. C’è anche Roland, un ragazzo robusto con una vistosa maglia rossa che ha vinto la medaglia d’oro ai giochi Pan-Africani in Benin, ci spiega Richard. Oggi vive in questo slum e ci fa vedere le foto delle tournée che hanno fatto in molti paesi africani ed anche in Cina. Con i soldi raccolti si pagano la scuola per loro e per altri ragazzi dello slum.

Passo tra i miei compagni raccolgo 60.000 scellini e li dò a Richard. Almeno il biglietto lo dobbiamo pagare gli dico. Incredibile Katwe. La speranza non è morta neanche qui, uno dei più poveri, miseri posti che ho visto nei miei 14 viaggi in Uganda. Anzi è vivissima. Perché il mondo appartiene anche a loro, anche agli abitanti di Katwe.

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