Un pezzo di storia della città

Don Mazzoli è per me una tale presenza spirituale, affettuoso o scontroso, pronto ad alzare la voce per rimproverarmi o a sorridere come un bambino. Ha celebrato il mio matrimonio con Ettore Franca nella chiesetta di San Francesco a Villa Caprile, splendido luogo di sintesi tra la raffinatezza settecentesca dei marchesi Mosca e i ricordi famigliari di agricoltura. E avrei tanto voluto che fosse presente al nostro vicino cinquantesimo anniversario, ormai una vita intera da ‘celebrare’, tutti un po’ malridotti ma desiderosi di aggiungere qualcosa al nostro cammino. La sera prima della nascita di mio figlio eravamo insieme a cena alla mensa ODA, e Giacomo la mattina dopo sarebbe nato di otto mesi per imprevista complicazione.

Pensare oggi a lui significa per me scegliere tra tanti momenti: giornate intere passate in quell’ufficio dell’Avvenire d’Italia che era verso la fine degli anni ‘60 un centro di cultura e di arte. Entravano per parlare, o per scherzare, comunque per incontrare don Mazzoli, Achille Wildi col suo cappottone color cammello, Bruno Baratti, Antonio Lani sempre silenzioso, Sandro Gallucci coi suoi sorrisi stupiti, Giuseppe Zazzetti, Claudio Cesarini spesso polemico, Franco Fiorucci anche lui loquace, Tullio Zicari più mesto, Sergio Pari, Alessandro Tonti tra i giovani. Risento le voci, le discussioni con Mazzoli che era sempre il centro di quella specie di cenacolo intellettuale e artistico, dalle puntate interrotte e riprese il giorno dopo, e peccato che non ne rimanga niente di scritto …. Poi c’erano i cineforum al cinema Astra e anche lì lui conduceva: ricordo in particolare la mia scoperta di Ermanno Olmi e del suo “Il posto”, di Marco Bellocchio con “I pugni in tasca”, di Pierpaolo Pasolini con “La passione secondo Matteo”.

Ma il ruolo centrale, al di là di queste esperienze quotidiane, è stata per me la sua rettoria della chiesa del Nome di Dio, la frequentazione di quella sagrestia, la scoperta delle decine e decine di oggetti liturgici da salvare, la fede per me drammatica, per lui comunque assoluta e intatta che traspariva dopo quattro secoli da quei quadroni del Pandolfi.E ancora, un forte legame tra me e don Mazzoli è stato Giannandrea Lazzarini riscoperto nella mostra del 1974 organizzata in tre saloni del primo piano nel vecchio Palazzo del Seminario, con un piccolo raffinato catalogo. Un evento che spalancava per la prima volta la stagione delle esposizioni antiche e che per don Mazzoli era importante anche perché il Lazzarini era un religioso, un teorico e un artista, e credo lo sentisse un po’ somigliante, o almeno che la spiritualità assoluta come vita fosse un valore cui rimanere sempre fedeli.

 

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