Un Imprevisto lungo 29 anni

Chi avrebbe mai pensato che la comunità terapeutica dell’Imprevisto, nata 29 anni fa come ‘costola’ delle opere di don Gaudiano, avrebbe acquistato tanta notorietà da essere chiamata in numerose parti di Italia e del mondo a dare la sua testimonianza? Essere così ben voluti, soprattutto dalla Chiesa, è una commozione veramente speciale”. Sì. È davvero sorprendente. Lo ha sottolineato Silvio Cattarina, fondatore de “L’Imprevisto”, rivolgendosi alle autorità, ai collaboratori, ai ragazzi, alle loro famiglie e agli amici radunatisi per festeggiare il compleanno della comunità con una messa celebrata da S. E. Mons. Piero Coccia, insieme a padre Alberto Vivenzio, cappellano militare e a don Giuseppe Gaudenzi.

Percorso. Sorprende, ma ha una sua ragionevolezza, perché – ha detto l’Arcivescovo – “se un’esperienza è interessante e coinvolgente, tende inevitabilmente ad avere un forte potere espansivo”. E l’esperienza di Cattarina è indubbiamente interessante: aiuta i giovani non solo a smettere di usare le sostanze, ma a recuperare la loro vita, cioè – ha precisato Grazia – a coglierne il senso, la positività. E di fronte all’apatia, all’egoismo di tanti, conserva la tenerezza dello sguardo, dicendo no alla “sclerocardia”, all’indurimento del cuore. “Cosa vi faceva veramente soffrire prima di entrare in comunità? E che cosa ha permesso al vostro cuore di ripartire?” Su queste domande sono intervenuti cinque giovani: Massimiliano e Barbara, due ex, che dopo la comunità si sono formati una famiglia e hanno trovato un lavoro. Andriele e Francesca, in procinto di concludere l’esperienza e Alexander che la sta vivendo ancora. Tutti, in modo commovente, hanno testimoniato che la sofferenza, se viene abbracciata e sostenuta nelle motivazioni, può portare a una profondità di autocoscienza sorprendente in un giovane. Ognuno di loro, pur provenendo da un humus diverso – famiglie disastrate e famiglie splendide, adozione e reclusione in carcere – ha sperimentato il disorientamento, il senso di inadeguatezza, il “peso del vuoto”, la rassegnazione al male.

Incontro. Poi l’incontro atteso, ma imprevisto, con la comunità: “solo uno strumento”, ha precisato Dicio, eppure così decisivo da far sentire quei ragazzi “miracolati”, ricostruiti nella loro umanità.

Attraverso il confronto con gli altri nelle assemblee giornaliere, sono stati aiutati a capire che cosa era a loro successo, non tanto per conoscerlo quanto per amarlo e perdonarlo.

Hanno compiuto un viaggio faticoso e meraviglioso alla scoperta che la persona può essere “condizionata”, ma mai “determinata” dal proprio passato. Che la libertà costituisce la sua grandezza irriducibile. Il desiderio di felicità è il segno di una promessa che Qualcuno ha posto in ogni cuore.

Bisogna “cedere”: “permettere alla realtà di venirci incontro così come è, non come ce la immaginiamo”; ‘essere umili per chiedere aiuto”; “imparare a distogliere un po’ lo sguardo dal proprio io per occuparsi degli altri”. Continua dunque il compito dell’Imprevisto: servire, servire molto, affinché altri divengano protagonisti della loro vita.

PAOLA CAMPANINI

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