La Chiesa crea un pezzo di società

Fedele verso la sua compatrona, anche quest’anno la Chiesa di Pesaro ha festeggiato la Beata Vergine delle Grazie, facendo memoria della rapida e miracolosa cessazione dell’epidemia di colera diffusasi in città nel 1855.Grande il concorso di popolo e numerose le autorità che hanno partecipato, in mattinata, alla Santa Messa Pontificale celebrata da S. E. Mons. Piero Coccia nel Santuario dei Servi di Maria e poi, nel pomeriggio, alla tradizionale processione conclusasi in Piazza del Popolo con il discorso dell’Arcivescovo di cui riportiamo i passaggi fondamentali.

Paradossi. La celebrazione della festa della Beata Vergine delle Grazie ci offre l’occasione di riflettere sul nostro essere Chiesa, chiamata ad essere profetica sull’esempio di Maria. In forza di una fede incarnata, noi credenti abitiamo il nostro tempo e il nostro territorio, dove si riflettono i paradossi propri della situazione generale: abbiamo case più grandi ma famiglie più piccole; edifici più alti, ma moralità più basse; autostrade più larghe, ma orizzonti più ristretti; spendiamo di più, ma abbiamo di meno; conquistiamo lo spazio esteriore ma non lo spazio interiore; pianifichiamo di più ma realizziamo di meno.

Ma tre sono i paradossi più problematici per la nostra comunità: sperimentiamo in tanti campi il cosiddetto “ben-essere”, ma registriamo nel cuore delle persone un diffuso “mal-essere”; siamo orgogliosi delle conquiste legislative compiute, ma l’ingiustizia permane, coinvolgendo persone, ambiti, nazioni; invochiamo la solidarietà ma siamo condizionati da una forte spinta individualistica, accettata nella più totale indifferenza, divenuta ormai, come dice Papa Francesco, “globalizzata”.

Interrogativi. Ma c’è una via d’uscita? E noi come Chiesa possiamo dare al riguardo un contributo? Certamente sì. Alla condizione però di essere sempre più sinodali, cioè capaci di camminare insieme ed esodali, cioè capaci di uscire da recinti mentali ed operativi per aprirci alle periferie soprattutto esistenziali.

Mentre si allentano i legami nelle famiglie, nelle organizzazioni, nei partiti politici, la Chiesa si pone di fatto come profezia e non utopia di una “città” diversa. La Chiesa con la sua prassi sinodale ed esodale sta a dirci che è possibile realizzare una comunità che vive la fraternità e crea la cultura dell’incontro e dell’integrazione. La liturgia non è forse l’esperienza di una comunità che si fa assemblea per condividere il dono della presenza del Cristo? L’annuncio non è forse l’evento in cui la comunità narra ciò che ha sperimentato?

E la testimonianza dell’amore del Cristo attraverso infiniti gesti concreti di solidarietà non è forse espressione di una comunità che è in grado di attuare una effettiva condivisione?

Impegno. Sì, cari fedeli, è la prassi della Chiesa che crea un pezzo di società nuova. Al di là dei pregiudizi e dei banali luoghi comuni, è grazie alla Chiesa che ci è dato passare dall’utopia alla profezia per costruire una società realizzativa del vero umanesimo. Non è esagerato affermare che la più profonda rivoluzione culturale la facciamo noi come Chiesa. Nei tanti deserti della vita di oggi abitano le comunità cristiane, le parrocchie, le case della solidarietà, le tavole per i poveri, le famiglie che accolgono, che adottano. La Chiesa non rinuncia al sogno di una città fraterna e ospitale. Sa però che, per questo, non basta la vittoria di un partito politico, ma ci vuole il fedele impegno quotidiano dei cristiani e degli uomini di buona volontà. La Beata Vergine delle Grazie ci conceda di essere Chiesa non dell’utopia ma della profezia per tutti coloro che incontriamo nel cammino della nostra vita.

PAOLA CAMPANINI

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