C’è bisogno del paradosso cristiano

La modernità è succube del pensiero greco e non coglie la portata rivoluzionaria del cattolicesimo, che oggi sarebbe indispensabile per tutti, non solo per i credenti”. Parola di Massimo Recalcati, che ha fatto da filo conduttore all’intervento con cui la prof.ssa Chiara Giaccardi – nota docente dell’Università Cattolica di Milano, pubblicista, impegnata nel volontariato – ha dato inizio, venerdì 18 ottobre, al Corso per Operatori Pastorali sul tema della “sinodalità ed esodalità”, alla presenza dell’Arcivescovo monsignor Piero Coccia e del prof. Paolo Boni, che ha moderato l’incontro.

Dualismo. Il cattolicesimo, ha detto la relatrice, è uno dei pochi antidoti a quei “nemici nascosti del nostro pensare”, che sono l’“astrazione”, il “dualismo”, il “funzionalismo”, i quali separano e contrappongono gli elementi della realtà (corpo-spirito, reale-virtuale, dottrina-pastorale, al di qua-aldilà) come se da una parte stesse il bene, dall’altra il male e l’uno togliesse qualcosa all’altro.

Al contrario, la logica del Vangelo è il “paradosso”: due realtà, apparentemente incompatibili, formano un insieme più completo, più ricco. Il che è vero anche per l’identità dell’uomo.

Il dualismo moderno infatti ci porta a contrapporre “libertà e dipendenza”, “attività e passività”. Il paradosso invece ci fa constatare che l’uomo è insieme “passivo e attivo”, “dipendente e libero”: passivo, perché la sua vita dipende da elementi che lui non ha scelto (luogo e data di nascita, genitori, avvenimenti); attivo, perché è libero di decidere come porsi di fronte a ciò che non ha scelto. È un inganno della modernità credere che l’uomo sia sovrano e che la libertà coincida con la quantità di scelte possibili.

Modernità. Così come è un inganno separare “esodalità” e “sinodalità”. L’uomo moderno è esodale (perché per natura ha bisogno di andare oltre se stesso), ma non è sinodale (perché tende a realizzarsi in modo individualistico, autoreferenziale, cercando a volte l’eccesso).

Il paradosso invece ci dice che, per essere “esodali”, bisogna essere “sinodali”. È il paradosso dell’ombelico: segno evidente (non ideologico) che l’io si è separato solo perché prima è stato unito, è uscito perché qualcuno lo ha chiamato.

Questo significa molto per la fede. Che, per l’ottica dualistica, è “adesione” a qualcosa di esterno a sé (precetti, modelli, riti); per la logica del paradosso, è “relazione” a cui affidarsi con un passo non garantito, che mette in movimento e cambia. E così neppure la “difesa identitaria” va opposta al “camminare con l’altro”, perché la fede è una “combattuta fiducia”. Tutto dunque è connesso. Avere la vita “salvata” vuol dire averla intera, completa, felice. È il motivo per cui si invitano tutti a compiere insieme questo percorso, che continuerà venerdì 25 ottobre con il prof. don Giuseppe Pulcinelli sempre a Palazzo Antaldi.

PAOLA CAMPANINI

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