Perchè festeggiamo il Patrono?

Le celebrazioni con cui ogni anno le città festeggiano il loro Santo Patrono non sono atti puramente rituali e formali, ma gesti carichi di significato: ci ricordano che i Santi sono passati tra noi, hanno lasciato un segno nella nostra storia, un’eredità che non vogliamo dimenticare; esse inoltre rappresentano un punto di convergenza tra la comunità cristiana e la comunità civile, chiamate entrambe a dialogare e a collaborare per la costruzione del bene comune.

Ecco il significato e il valore con cui anche noi oggi ci apprestiamo a vivere la festa del Patrono della nostra città, San Terenzio.

Quest’anno, in particolare, la Chiesa di Pesaro vuole pregare e impegnarsi per essere sempre più una Chiesa esodale, come dice papa Francesco, capace cioè di compiere l’esodo necessario a rendere più umani gli uomini, a instaurare un dialogo autentico e un incontro con tutti, irradiando la sua testimonianza e il suo annuncio di salvezza fino alle periferie del mondo.

Non si può negare che la nostra Chiesa locale stia già svolgendo un’opera notevole in questa direzione, nel solco di una tradizione millenaria che la Festa del Patrono invita appunto a valorizzare. Anche nella nostra città le periferie sono tante: c’è il mondo dei giovani, minacciato dal vuoto esistenziale che la bufera dell’immediato e dell’istinto provoca; la famiglia, la cui fragilità è spesso all’origine di tante devianze giovanili e di altre tragiche conseguenze; e poi ci sono i poveri, i malati, il mondo del lavoro e della politica, l’ambiente e molto altro ancora.

In tutto questo non possiamo non essere grati per ciò che il Signore e la fede operosa di tanti cristiani stanno permettendo: ricordiamo il carico di lavoro che le Caritas si stanno assumendo nella nostra diocesi, il lavoro educativo che si svolge negli oratori, nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti, nelle scuole e in numerosi campi del volontariato. E non possiamo certo dimenticare la proficua collaborazione che spesso in tali esperienze si è instaurata tra la comunità cristiana e le istituzioni della città.

Pastorale. E tuttavia la Chiesa ha sempre bisogno di riformarsi, di rinnovarsi, di riconoscere i suoi limiti, pur senza mai abbattersi. Ha sempre bisogno di tentare nuove strade per questo esodo che le è costitutivo.

Ma da questa esigenza nasce inevitabilmente la domanda: in quale modo la Chiesa di Pesaro può riformarsi nella direzione di una sempre più vera esodalità? A quale condizione, su quale base può rinnovare davvero la sua pastorale e adeguarla alla sua missione nel mondo odierno?

La risposta ci viene ancora una volta da Papa Francesco: la sinodalità è la condizione per seguire il Signore Gesù ed essere servi della vita in questo tempo ferito.

La Chiesa non può essere autenticamente esodale, autenticamente missionaria, se non vive al suo interno la sinodalità, l’unità visibilmente espressa dei suoi figli: con il Signore Gesù, prima di tutto, suo vero fondamento – attraverso la preghiera, l’ascolto della Parola, l’eucaristia, i sacramenti; poi con i Pastori e tra tutti i suoi membri, attraverso la compagnia reciproca, la collaborazione, l’assunzione comune di responsabilità di laici e presbiteri, la cooperazione tra le diocesi e le chiese.

La missione richiede una identità prima che una attività. Non c’è missione se non esiste una persona o una comunità determinata dall’appartenenza a Cristo e alla Chiesa.

Cammino. È una trama di relazioni umane aperte alla trascendenza che va ricostruita. Da qui possono nascere quella stima e quel rispetto profondo per gli altri che sono fondamentali non solo per la vita della comunità ecclesiale, ma anche per la solidità della convivenza sociale. La nostra Chiesa, dal canto suo, sente l’esigenza di percorrere un ulteriore cammino di conversione: proprio per questo abbiamo messo a tema del tradizionale Convegno diocesano di settembre “La Chiesa di Pesaro chiamata alla sinodalità e alla esodalità”.

San Terenzio, vescovo e martire e la Madonna delle Grazie, compatrona della nostra città, ci accompagnino e ci benedicano in questo complesso cammino.

MONS. PIERO COCCIA (Arcivescovo di Pesaro)

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