Si fa presto a dire “pancia”

Si fa presto a parlare di “pancia”, nel senso di approccio populista e irrazionale alle problematiche politiche e sociali. Non sempre quella “pancia” è da guardare con sospetto, o peggio con disprezzo, perché essa nasconde elementi profondi e connaturati alla dimensione-uomo. E anche ai bisogni essenziali. Se una persona è licenziata e accusa i politici di indifferenza, se scende in piazza, o manifesta in modo talvolta scomposto, lo fa perché è la sua identità civile e umana ad essere in pericolo. Se si pone una città di fronte alla terribile scelta tra inquinamento mortale e posti di lavoro, non è certo colpa della pancia. Quello che un tempo, soprattutto negli anni a seguire le due guerre mondiali, era il pericolo della fame, oggi è quello della perdita della dignità umana. Ma c’è anche il problema, non più a futura, ma ad attuale memoria, della assoluta necessità di coniugare presenza umana e natura, senza la quale noi non ci saremmo e potremmo non esserci più se non mettiamo un freno all’aggressione indiscriminata all’ecosistema.  È chiaro che, senza queste capacità alla base della gestione democratica della cosa pubblica, altre forze si faranno largo. Se non si vuole che taluni sfruttino in modo irrazionale e anti-sistema il malessere della gente, si devono affrontare le cause di quel malessere, scendendo umilmente tra chi non ha più lavoro, tra chi vive in condizioni abitative critiche, tra chi non ce la fa per mille motivi ad arrivare alla fatidica fine del mese. La “pancia” del Paese deve essere coraggiosamente non solo analizzata, ma pure curata, per impedire che si sovrapponga allo spirito e diventi ingovernabile. La storia stessa ce lo insegna: basterebbe andare al periodo dopo la grande depressione, e, ancora prima, ad alcune clausole della pace dopo la prima guerra mondiale, che affamarono di fatto il popolo tedesco. Con le conseguenze che tutti leggiamo sui libri di storia del Novecento. Basterebbe riandare agli anni Venti italiani in cui i partiti tradizionali, soprattutto a sinistra, si spaccavano in tanti altri partiti con ragioni sicuramente importanti dal punto di vista ideologico, ma che sembravano pure esercitazioni verbali, e per di più incomprensibili, a chi non aveva i soldi per mangiare, a coloro cui era stata promessa la terra o un lavoro.

La storia insegna molto, e molto insegna il fatto che la gente veda oggi la politica come una dimensione estranea alla realtà; una realtà in cui l’essenziale del posto di lavoro si fonde con la sconsolata visione di corruzione, di lontananza dai problemi quotidiani, di incomprensibili schermaglie all’interno dei partiti. Se non comprende questo, la politica rischia davvero di perdere i contatti con una realtà che si svolge sempre più fuori dalle sezioni e dai luoghi deputati della pòlis.

MARCO TESTI

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