Fermo pesca: solo 2 pesci su 10 sono italiani, serve trasparenza anche nel menu

Il fermo pesca così come concepito non produce effetti positivi né ambientali, né all’economia. Eppure, nonostante le prese di posizione, anche quest’anno sarà riproposto. Con, in aggiunta, la riproposizione del doppio periodo nelle Marche. Il decreto prevede anche per il 2019 due periodi differenti. Le flotte del Nord, tra Pesaro e Ancona, si fermeranno 30 giorni consecutivi dal 29 luglio al 27 agosto. Quelle da San Benedetto in poi continueranno a navigare per poi osservare il fermo dal 15 agosto al 13 settembre. Nelle Marche sono presenti 840 imbarcazioni di cui 450 dedite alla piccola pesca. Il sistema del fermo biologico tuttavia non ha prodotto risultati positivi. Negli ultimi anni si è perso 1/3 della flotta italiana e detto addio a 18mila posti di lavoro. Di contro, il depauperamento delle risorse ittiche è sotto gli occhi di tutti e l’Italia è fortemente dipendente dall’estero con 8 pesci su 10 che arrivano da oltre i confini nazionali. E non mancano i fake al banco. Gli inganni più frequenti? C’è il pangasio del Mekong venduto come cernia, il filetto di brosme spacciato per baccalà e l’halibut spacciato per sogliola. Oppure il polpo del Vietnam spacciato per nostrano, lo squalo smeriglio venduto come pesce spada, il pesce ghiaccio al posto del bianchetto, il pagro invece del dentice rosa o le vongole turche e i gamberetti targati Cina, Argentina o Vietnam, dove peraltro è permesso un trattamento con antibiotici che in Europa sono vietatissimi in quanto pericolosi per la salute. «Passi in avanti si sono fatti – spiega Tommaso Di Sante, presidente di Coldiretti Pesaro Urbino – grazie all’etichettatura obbligatoria dove è indicata la zona di pesca e se il prodotto è fresco o decongelato. Coldiretti nazionale ha chiesto tuttavia di fare di più e arrivare a indicare la provenienza anche nei menu dei ristoranti. Una vera e propria Carta del pesce a garanzia della trasparenza nei confronti dei consumatori».

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