Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”

Con la settima parola di Gesù sulla croce, “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”, lunedì 8 aprile si sono conclusi i Lunedì di Quaresima meditati dal Vescovo Armando nella Basilica di San Paterniano. L’ultimo Quaresimale è stato arricchito dalle voci del coro diocesano diretto dal M°  Stefano Venturi, dalle note dell’organo del M° Lisa Bacchiocchi e dal saxofono solista del M° Stefano Venturi.

“Luca – ha sottolineato il Vescovo –  fa passare anche sul Calvario un tocco di indimenticabile dolcezza, che si rivela anche in quest’ultima parola, che tutte le riassume, in un volo quasi di speranza inattesa. E’ vero che il contesto è sempre più oscuro, perché da mezzogiorno alle tre del pomeriggio su tutta la terra, ovunque nel cuore degli uomini, dominano tenebre fittissime, che ci riportano al caos primordiale. Sembra che l’abisso abbia inghiottito tutto nel nulla. E’ in questa oscurità assoluta che risuona la voce, il grido del Figlio di Dio. E’ una voce divina, voce potente, impensabile per uno straziato dalla croce. Luca – ha proseguito il Vescovo – non ignora il dramma del grido che aveva accompagnato l’immenso dolore di Gesù, ma fa dell’abbandono di Dio il luogo dell’abbandono a Dio. Questo è in fondo tutto il percorso delle sette parole: dal sentirsi abbandonati ad un affido che raccoglie ogni gesto d’amore compiuto da Gesù. E in questo abbandono di infinita dolcezza, anche il morire si rivela un anelito di vita nuova. Perché, dice Luca, Gesù non morì, ma “spirò”, cioè “e-spirò”. Getta cioè il suo soffio vitale da questo mondo irrespirabile alla sorgente della vita. La vita del Figlio spira verso il Padre: affidata a lui, raggiunge il suo luogo naturale. Nel Figlio che muore per me e con me – ha proseguito il Vescovo –  posso accettare anch’io la mia morte naturale, come consegna di me al Padre. La morte diviene così l’atto di fede più grande. Certo, a causa del peccato  che dimora nelle nostre membra, anche per il credente, la morte conserva la sua immensa drammaticità. Un enigma che ci fa scoppiare in pianto, come per Gesù davanti alla tomba di Lazzaro, suo amico carissimo. Ma quell’enigma è illuminato dalla presenza di Gesù, che è venuto a condividere la mia sorte di malfattore. Anzi, si è collocato tra i malfattori. Perciò può capire la nostra paura, perché anch’egli l’ha vissuta. E alla sera ogni credente percepisce, nella preghiera, che quei segni di abbandono nella mani del Padre tramite l’orazione, altro non sono che un allenarsi a vivere quel momento di abbandono finale, per vivere sino alla fine il suo immenso amore. E’ il grazie alla vita, il grazie a quel Padre che gratuitamente ce l’ha donata”.

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