Vedere, ascoltare ed essere in relazione

Lo scorso 16 marzo, a San Costanzo, si è tenuto un incontro aperto a genitori, insegnanti e educatori sul complesso tema dell’infanzia. Ed è proprio su questa tematica così importante quanto delicata abbiamo intervistato la dottoressa Cristiana Santini, psicologa psicoanalista responsabile dell’Equipe del Consultorio La Famiglia.

Se confrontiamo il mondo dell’infanzia di oggi con quello di alcuni anni fa è innegabile che ci siano delle differenze enormi, prima fra tutte la molteplicità di stimoli che i bambini hanno oggi. Come può un genitore “districarsi” in questo mare magnum di input che provengono dal mondo esterno e come può aiutare il bambino a non esserne fagocitato?

Il rimedio a tutti i mali è curare la relazione, volendo rispondere con uno slogan.

Però dobbiamo anche sempre interrogarci su cosa è sotteso dalle nostre affermazioni, nel caso specifico: cosa vuol dire essere in relazione, curare la relazione?

Prima di tutto soggettivarla, non comportarsi in base al ruolo, a quello che pensiamo sia il modo giusto di essere un genitore, ma in base a ciò che siamo come persone, a quello in cui crediamo e secondo cui viviamo, compresi i dubbi e le incertezze. La relazione è reale, vera solo se implica dubbi e incertezze, solo se siamo umani di fronte ai nostri figli e non figure ideali. Lo stesso poi faremo con chi abbiamo di fronte: quanto più conosciamo e accettiamo noi stessi tanto più saremo in grado di conoscere e accettare i figli nella loro diversità, particolarità e farli sentire accolti e riconosciuti. Un bambino che vive in un clima simile sviluppa anticorpi, difese ossia un senso critico verso ciò che il mondo gli propone e saprà cavarsela in mezzo alla selva di input che arrivano dall’esterno.

Quali sono i primi segnali di problematiche di tipo psicologico che possono svilupparsi in età infantile, segnali che i genitori non devono sottovalutare?
I segnali non sono universali, ogni bambino parla una lingua personale; per tradurre bisogna stare in ascolto e saper leggere. Spesso invece noi siamo portati, educati a scrivere, ossia a definire in fretta per risolvere in fretta e rispondere in fretta, timorosi di non saper cosa fare, di non avere la risposta giusta. Il tempo vuoto del “non so cosa fare” è prezioso perché consente al bambino di spiegarsi e di darci la traduzione, di insegnarci chi è e che spesso è diverso da ciò che credevamo. Quindi non conta tanto quali siano i segnali ma la posizione dei genitori, che sia quella di chi sa vedere, ascoltare, ancora una volta si tratta di saper stare nella relazione.

Quanto è importante per un bambino esprimere le proprie emozioni liberamente?
Per un bambino è essenziale non sentirsi giudicato per le proprie emozioni e piuttosto avere l’opportunità di parlarne liberamente per imparare e riconoscerle. La gestione delle emozioni avverrà naturalmente se egli avrà questa opportunità.

Che cosa si può fare affinché i bambini, gli adolescenti possano diventare adulti consapevoli davanti alle sfide della vita?
Tutto quello che ho detto sopra favorisce lo sviluppo di un personalità consapevole e capace di scegliere perché un bambino, la cui parola è presa sul serio, sarà un adolescente e un adulto che si prenderà sul serio e si sentirà responsabile di ciò che dice e di ciò che sceglie di fare. Un adulto in grado di riconoscere e fare spazio alla singolarità di un bambino, vedendolo come persona al di là dell’età, gli consentirà di uscire dalla posizione di oggetto del desiderio dell’altro, di oggetto sotto lo sguardo dell’altro, definito, dall’altro (condizione di alienazione propria della prima fase della vita) e di sperimentare la propria particolarità, di crederci e esserne consapevole, di imparare a vedere, a vedersi, a dire e a dirsi, capace di desiderare in una parola di divenire un soggetto.

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