Lo specchio della società

Lo sport non è un’isola felice ma è inserito nella vita della società e ne riflette pregi  e difetti, magagne e valori”… Tantissime volte abbiamo dovuto ascoltare queste parole, usate per provare a spiegare i ripetuti episodi di violenza e di guerre tra tifosi o lo scandalo di atleti che vendono la propria sconfitta: chi pratica sport non è un santo, insomma, tantomeno chi lo segue da appassionato fan, e l’attività sportiva riflette come uno specchio quello che è l’andamento della società civile.

 

Vicenda. Tutto questo è molto giusto ed allora, di fronte a quello che stiamo per commentare, c’è da essere seriamente preoccupati per quello che sta succedendo nel nostro paese e c’è tristemente da chiedersi in che mondo viviamo e quale eredità morale lasceremo ai nostri figli e nipoti… Siamo dunque in Campania, in provincia di Avellino, dove il presidente di una società di calcio del campionato di promozione ha ritirato la squadra dal campo durante una partita dopo aver visto il suo portiere in lacrime, reazione provocata da un insulto razzista: il giocatore, 25 anni, senegalese, quindi di colore, è stato apostrofato con un inequivocabile “stai zitto, negro”. Da un avversario, direte voi, e invece no, incredibile ma vero, è stato l’arbitro ad insultarlo e non era la prima volta che succedeva, già in precedenza altri arbitri si erano permessi battute e poco gradite ironie riferite al colore della pelle.

 

Interrogativi. Quello che ci colpisce di più di questo racconto è naturalmente il comportamento di questi arbitri: avendo partecipato in tempi ormai lontani al corso per arbitro, so che la prima cosa che viene insegnata è la correttezza di comportamento, il direttore di gara deve sempre usare un linguaggio pulito, non utilizzare parolacce ed espressioni volgari, se possibile non alzare la voce, rivolgersi ai giocatori con il lei ed evitare insulti ed offese di qualsiasi genere, soprattutto quelle che possono ledere la dignità della persona, che sono quelle riferite agli orientamenti sessuali e alla razza. Gli arbitri di promozione sono ragazzi di 24/25 anni e allora ci chiediamo: perché ragazzi così giovani, nati e cresciuti nell’Italia multietnica di questi ultimi anni, si sentono autorizzati a questi comportamenti? Perché calpestano senza problemi le regole che sono state loro insegnate e a cui dovrebbero attenersi? Trovano forse la forza, la sicurezza, la spavalderia di fare ciò e la conseguente giustificazione nel fatto che un forte sentimento razzista è ormai diffuso e sempre più condiviso e tollerato nel nostro paese? Se lo sport non è avulso dalla vita sociale, stavolta magari ci aiuta a capire se stiamo costruendo un mondo più giusto, oppure no…

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *