“Dove vi portano gli occhi”

Un documentario intenso che non si focalizza soltanto sull’immenso orrore dei campi di sterminio, ma attraverso la voce di una sopravvissuta racconta il dopo, il ritorno da quell’inferno, la difficoltà di riprendere in mano la propria vita, il non sentirsi subito accolti e accettati. In occasione della giornata della memoria, martedì 29 gennaio nella Sala Ipogea della Mediateca Montanari, è stato presentato al pubblico il film – documentario “Dove vi portano gli occhi. A colloqui con Edith Bruck” di Ivan Andreoli e Fausto Ciuffi direttore dal 2005 della Fondazione Villa Emma. Ed è stato proprio il professor Ciuffi ad introdurre il suo lavoro, presentato da Rosetta Fulvi presidente del Consiglio Comunale di Fano. “La memoria – ha ricordato la Fulvi – è alla base della nostra storia per affrontare il presente e il futuro”.

La parola, poi, al professor Ciuffi che, prima della visione del documentario, ha delineato in sintesi la figura complessa e a volte difficile di Edith Bruck e del suo ritorno dai campi di concentramento.

Libertà. “Deportata poco più che bambina, Edith – ha sottolineato Ciuffi – nell’intervista che ci ha rilasciato si concentra non tanto sulla prigionia, quanto sul suo ritorno, sulla soggettività femminile una volta uscita dal campo di concentramento. Nell’intervistarla ho avuto la sensazione di essere di fronte a una donna libera”. Edith Bruck, nel corso del suo peregrinare attraverso l’Europa, scelse proprio l’Italia come dimora e l’italiano come lingua per narrare la sua storia. Come racconta nella sua intervista, in Italia si è sentita accolta fin dalla sua prima sosta alla stazione di Bologna per raggiungere successivamente Roma. “Quando sono tornata a casa dopo la prigionia, la nostra casa era stata occupata da altri – racconta Edith nell’intervista – nessuno dei vicini ci ha non dico amato, ma neppure ascoltato o accolto. E’ stata una delusione terribile”. Da lì il suo peregrinare negli orfanotrofi, dai parenti, ma nessuno voleva ascoltare quello che lei ed altri avevano vissuto. “Eravamo – ha sottolineato la Bruck – un peso per la società e per le nostre famiglie”.

Italia. Il racconto di Edith Bruck prosegue. Nei suoi occhi la voglia di raccontare il suo arrivo in Italia dove ricorda ancora con commozione di aver visto, per la prima volta dal suo ritorno, una mano tesa verso di lei in segno di aiuto. Quella mano le ha ricordato i pochi e piccoli gesti di umanità che c’erano nel campo di sterminio, gesti che le permettevano di continuare a vivere e a sopportare quell’orrore. Tante sono le tematiche toccate dal documentario, non ultima quella del corpo delle sopravvissute. “Noi sopravvissute spesso abbiamo disprezzato il nostro corpo anche solo per il senso di colpa di essere uscite vive da quell’orrore. E’ stato difficile gestire la nostra corporeità una volta ritornate. Eravamo abituate al nostro corpo denudato, maltrattato, malmenato, umiliato che spesso ci vergognavamo. Io – ha sottolineato Edith nella sua intervista – non mi sono mai vergognata del mio corpo neanche quando mi facevano spogliare davanti ai soldati, piuttosto, guardandoli in faccia, mi vergognavo per loro, per ciò che stavano facendo”.

 

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