Allarme che sa di paradiso

Se ne è parlato nel mese scorso, prima delle feste natalizie, ed anche il quotidiano “Avvenire” è intervenuto con un’analisi storico scientifico politica esauriente di Francesco Gesualdi. Ora sento il dovere di informare ulteriormente i lettori del nostro settimanale interdiocesano con un articolo che abbia l’attenzione e il sapore dell’allarme, giacchè si tratta della sopravvivenza della vita umana sopra il Pianeta Terra. È ormai trascorso un quarto di secolo da quando a Rio de Janeiro venne firmata la Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, con lo scopo di studiarli, di controllarne lo sviluppo e i danni. Da allora gli incontri, anche detti COP (Conferenza delle parti), sono stati 23. L’ultimo (COP24) si è tenuto il dicembre scorso in Polonia, a Katowice, con l’appello del Segretario delle Nazioni Unite, che ha visto un “mondo fuori rotta” che necessita di interventi politici urgenti. È noto che i cambiamenti climatici sono dovuti all’aumento della temperatura terrestre che è condizionata dai gas a effetto serra, la cui componente principale è l’anidride carbonica (CO2). All’inizio del Novecento l’umanità ne produceva 2 miliardi di tonnellate all’anno, oggi 35 miliardi e così la temperatura terrestre potrebbe ancora crescere con effetti catastrofici (vedi innalzamento dei mari e inondazioni in molte città costiere). A Parigi, nel 2015 la Commissione (COP21) per evitare all’umanità altre sciagure, decide che bisogna impedire alla temperatura terrestre di salire. Obiettivo graduale, costante e coraggioso! Si tratta di ridurre le emissioni di CO2 fino ad eliminarle nel 2060. Qui subito iniziano le difficoltà a causa delle profonde disuguaglianze energetiche che attraversano il mondo. Ma non si può assolutamente provocare ulteriore febbre al pianeta Terra! Secondo la COP 21, è necessario tagliare il cordone ombelicale dai combustibili fossili, responsabili dell’80% di tutta la CO2 in eccesso prodotta a livello globale. La parola magica è “conversione energetica”.

Lasciamo la parola all’analisi secondo cui gli attuali cambiamenti climatici potrebbero provocare ogni anno danni pari al 5% del prodotto lordo mondiale, tradotto in cifre 3500 miliardi di dollari, molto più di quanto è necessario per la conversione energetica. Sarebbe addirittura un guadagno. Dunque è possibile e se non si fa di chi è la colpa? Dell’uomo. Specificamente della cultura del mondo occidentale. Si ripete nella storia il peccato di Adamo per cui oscurando Dio, la terra felice si muta in deserto. Così la cultura di oggi, non affatto lontana dalle ideologie del primo Novecento, si mette in tasca il biglietto per una rovinosa fine. Niente a che fare con i “cieli nuovi e terra nuova” dell’Apocalisse. Anche le religioni sono alleate nella difesa del creato, basti ricordare la “Laudato sì” di papa Bergoglio che ha come simbolo il poverello di Assisi, alto profeta della modernità nato nel cuore del Medioevo

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