Quel cibo a chilometri zero

Se avessi parlato al nonno di alimenti a km. zero si sarebbe stupito: la farina veniva dal suo mulino, il grano era coltivato nei poderi circostanti, le uova per la pasta erano raccolte nel pollaio e l’orto forniva il necessario per la tavola. L’unico cibo estraneo era il pesce, che provenendo da Fano era a Km. 35 o il baccalà, venduto nel negozietto vicino, e pescato nei mari del Baltico. Ma baccala o stoccafisso venivano consumati in rare occasioni ed il Baltico era così lontano che non si sapeva nemmeno dove fosse e se esistesse veramente. Tutto era di produzione locale, perfino i meloni d’inverno conservati nella paglia che un vicino gentile ci regalava per le feste. Negli anni ’60 iniziò, molto lentamente, la civiltà dei consumi. Le prime ad arrivare furono le arance e i mandarini che provenivano dalla Sicilia. Questa almeno sapevamo dov’era perché l’avevamo studiata a scuola. Ricordo i mandarini che adornavano un alberello di Natale casalingo assieme a qualche sparuta caramella.

Se avessi chiesto le arance dopo Natale mi avrebbero detto che non era più stagione. Adesso dal fruttivendolo troviamo le pere dal Sud America, mango, banane e papaia dall’Africa, pesci e molluschi dall’Oriente e arachidi dall’Occidente. La farina Manitoba è americana ed il mais messicano. Ci siamo accorti in ritardo che il cibo che viaggia può essere fortemente adulterato o si presta a truffe colossali. Si deve correre ai ripari. La Coldiretti ha organizzato dei mercatini nei quali i coltivatori vendono i loro prodotti, noi spendiamo qualcosa in meno e loro guadagnano qualcosa in più che se li cedessero ai negozi. Così si possono reperire prodotti della zona, dai sapori molto più graditi e soprattutto più sani. E poi dice che ci ingrassiamo. PS Ieri ho mangiato del prosciutto stagionato tagliato con il coltello. Una delizia. Pensare che c’è qualcuno che non lo gradisce perché gli sembra tropo salato.

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