L’istruzione costa, ai singoli e alla collettività

Inizia il nuovo anno scolastico: in genere i giornali sono pieni di articoli che illustrano le varie pecche della scuola, quest’anno, ma che strano, sembra che i problemi si siano rarefatti. Vero è che alcuni edifici non sono a norma, manca un numero limitato di insegnanti e i dirigenti sono almeno per un terzo sotto organico. A dire la verità però mi mancano le geremiadi e le lamentazioni. Ma forse non è il caso di preoccuparsi: arriveranno, arriveranno. Invece ascoltando la voce dei genitori, si sentono le proteste per il costo del corredo scolastico. Hanno ragione, spendere per i libri di testo quasi la stessa cifra, ma anche meno, di un giubbotto firmato non mi sembra giusto. Per l’attrezzatura per il disegno geometrico si prevede la stessa qualità di compassi e squadrette che nemmeno un ingegnere si può permettere. Ma vuoi mettere i vocabolari: costano quasi quanto un paio di scarpe alla moda.

 

Mi ha colpito la notizia di una scuola che ha adottato un nuovo dizionario di greco; ma secondo voi il greco antico ha subito molte variazioni negli ultimi anni? Ho già avuto occasione di scriverlo, le mie figlie, ai tempi del liceo si arrangiavano alla grande, rivendendo e ricomprando libri usati. L’unica fatica era confezionare le copertine per conservarli in buono stato. Fra qualche tempo si dovrà anche pensare alle gite scolastiche, dette visite di istruzione, ma in questo caso non ci sono proteste dei genitori. Se mi porti un figlio all’estero, con qualsiasi cifra, sei un ottimo insegnante ed un eccezionale dirigente. Certo che la cultura costa e pagare di queste spese non ci dà poi così fastidio. Quello che conta poi è il voto e non la qualità o la quantità di quello che si è insegnato. Viva la “squola”.

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