La giustizia capovolta

Si è recentemente svolto a Fano, presso il Centro Pastorale, un interessante incontro sulla giustizia ripartiva, promosso dall’Ufficio Pastorale per i problemi sociali e del lavoro, nell’ambito dell’annuale incontro del Vescovo Trasarti con gli operatori sociali ed economici della Diocesi. Il convegno è stato titolato “Giustizia e pace si baceranno”: sottotitolo “La giustizia capovolta” dal libro di Padre Francesco Occhetta, che ha tenuto la relazione principale. Gli altri relatori, oltre al Vescovo Armando, che ha svolto una riessione sulla cultura della legalità, erano il Commissario Capo Marta Bianco, comandante del corpo di polizia penitenziaria della CR di Fossombrone, Giorgio Magnanelli, editore della nostra rivista, Marco de Carolis, giudice onorario presso il Tribunale dei minori di Ancona, Federica Tarsi, laureanda in giurisprudenza con una tesi sulla giustizia ripartiva e Michela Pagnini della Sala della Pace di Fano. Di particolare interesse l’intervento svolto dalla Dottoressa Bianco, che ha argomentato come la giustizia riparativa parta dall’attuale sistema penale, ma tenda – pur senza negarlo – a rileggerlo attraverso occhi nuovi. La giustizia riparativa guarda all’apparato normativo, ma è alle persone che si rivolge: autore e vittima del reato, entrambi coinvolti da e nell’impianto di questo sistema ideale. Si tratta di un ideale che aspira ad attribuire alla pena una alità non meramente “ritorsiva” e freddamente radicata sul dato fattuale dell’equazione reato = condanna = pena, – sostiene la Dottoressa Bianco – ma compie uno sforzo in più, aggiungendo elementi ulteriori attraverso un balzo che dall’oggetto passa al soggetto, includendo concetti come quello di “(ri-) conciliazione”, “dialogo” e “riparazione”.

Un processo che guarda al reato come al risultato di un conitto tra esseri umani, una lesione cui è possibile rimediare attraverso la partecipazione attiva – purché consapevole, informata e sempre revocabile – dei soggetti coinvolti, che, al termine dell’iter processuale e dunque “a cose fatte”, scelgono di ritornare sulla vicenda, per a_rontarla nuovamente sotto altro pro o, per cercare una soluzione che, senza voler mettere in discussione la condanna, consenta agli attori, – questa volta considerati in primis come portatori di istanze morali – di guardarsi con occhi diversi e così tentare di dare risposta ai tanti “perché” taciuti nel tempo sì da sperimentare un dialogo riparatore. La dimensione giuridica resta immutata – continua il Commissario Capo Marta Bianco – e non viene messa in discussione, piuttosto viene arricchita dalla dimensione morale a_data, tuttavia, alla libera scelta delle parti. La giustizia riparativa non discute le pronunce dei giudici, non si oppone al sistema penale contrastandolo, non o_re bene i: in una parola, non è strumentalizzabile. La giustizia riparativa o_re “soltanto” una chance in più al sistema penale, ai condannati e alle vittime del reato, una chance che, tuttavia, richiede il coinvolgimento di mediatori capaci di a_rontare assieme agli attori principali un percorso che può essere doloroso, articolato e, talvolta, sconnesso, ma che certamente merita di essere avviato. Mediatori volenterosi e capaci, ma soprattutto consapevoli della fragilità del “materiale” a_dato loro. Prima di tutto questo, prima ancora che l’ambiziosa aspirazione della giustizia riparativa assuma forma, è essenziale che venga appresa, è essenziale che i destinatari sappiano di avere questa possibilità di riscatto e di rinascita. È essenziale – conclude Bianco – che abbiano la possibilità di porsi un obiettivo molto alto, se non altro avviando una riessione che li conduca ad una scelta, fosse anche soltanto una scelta sul “sé”. Quel “sé” sul quale, probabilmente, non hanno avuto modo d’interrogarsi prima di compiere tutt’altre scelte che hanno drammaticamente segnato il destino proprio e delle vittime incolpevoli di una sorte che oggi è possibile “riparare”.

La Redazione

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