Cattolici, valore aggiunto

Dove è finito il voto dei cattolici è la domanda di oggi, lo era prima delle elezioni e lo sarà anche nel futuro. Scusatemi se ne parlo ancora. Interpello la Chiesa e la città, l’Italia e perfino l’Europa. È un fatto politico religioso e culturale. Potrebbe essere contingente ma, a pensarci bene, esprime un dato di civiltà. Esso infatti va commentato e letto, quindi comparato al periodo della ricostruzione, 70 anni fa, quando tre democratici di orientamento cristiano, sognarono l’Europa del futuro. Oggi il quadro è dichiaratamente cambiato: i cittadini di fede cristiana sono fuori dall’impegno espressamente politico ma non fuori da quello civile sia a livello nazionale che internazionale. Lo si nota bene anche in Italia e non mi riferisco a papa Francesco che interpreta efficacemente il ruolo di “parroco” di tutto il mondo (urbi et orbi). A questo punto non posso trattenermi dal porre alcune domande, forse troppo tempestive: che ne è della presenza dei cattolici nel dibattito politico e addirittura ha ancora senso parlare di cattolici nell’esercizio diretto della politica? Il dibattito, già aperto, ha finora trascurato due elementi essenziali della Dottrina Sociale della Chiesa e della Costituzione, il principio di sussidiarietà e la valorizzazione dei cosiddetti corpi intermedi di cui la politica se ne è paradossalmente impadronita. È proprio la loro cittadinanza che sembra scomparsa dal dibattito pubblico per di più appiattito in un imbroglio politico-privato, con tutte le conseguenze che ne seguono.

È scomparsa dal dibattito anche la prospettiva di un popolo capace di organizzare il corpo sociale e di riconoscere ad esempio l’associativismo, il volontariato, i comitati di quartiere, le relazioni di vicinato e via dicendo (terzo settore). Tutte azioni che cambiano il volto di una comunità e non partono da un progetto politico. Stare in politica da cattolici oggi ha senso e valore aggiunto solo se è espressione di un popolo in azione che si aggiorna e si impegna. Non è questione di voto e di numero, urge invece ricondurre il tutto sulla via del rapporto fra credere e bene comune. Concludo questo mio parlottare su temi così grandi, che esigono altre penne. La politica ha bisogno di essere riscattata dall’ “imbroglio” di cui è ostaggio e lo sarà se si riscopre ancella a servizio della gente, così come l’ha definita Paolo VI: “alta forma di carità”.

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